Le impiraresse di Venezia: arte, lavoro e identità femminile nella storia lagunare
Introduzione
Nel cuore della Venezia popolare, tra le corti interne e i campielli delle isole lagunari, emerge una delle figure più emblematiche della storia sociale della città: l’impiraressa. Questo mestiere, per secoli affidato alle mani pazienti e veloci delle donne veneziane, racconta una storia di ingegno, sopravvivenza, tradizione e cultura materiale. Le impiraresse non furono semplici esecutrici di un lavoro umile, ma protagoniste silenziose di una complessa economia artigianale legata alla produzione del vetro. La loro figura attraversa i confini del lavoro per entrare nel folclore, nella musica popolare, nella memoria collettiva della città.
Origine del termine e contesto storico
Il termine impiraressa (pl. impiraresse) proviene dal verbo veneziano impirar, ovvero infilare perle (pérele) su un filo. Il mestiere si afferma nel Settecento, ma è documentato già in precedenza. L’infilatura delle conterie – minuscole perline di vetro – rappresentava l’ultimo passaggio nella lunga filiera della produzione di perle, prima della distribuzione sul mercato.
Durante il XIX secolo, in particolare, con l’espansione coloniale e l’aumento dell’esportazione delle perle verso l’Africa e le Americhe, la richiesta di manodopera aumentò vertiginosamente. Le impiraresse si trovarono così a essere parte attiva di un’economia globale.

Zone tradizionali delle impiraresse
Le impiraresse erano diffuse in tutta la Laguna, ma alcuni quartieri e isole erano noti per concentrare le migliori artigiane:
• Murano: centro della produzione vetraia; le impiraresse ricevevano direttamente dalle fornaci le perle da infilare.
• Cannaregio e Castello: sestieri popolari dove il mestiere era spesso tramandato di madre in figlia.
• Giudecca e Burano: isole con una forte presenza femminile attiva in attività artigianali e domestiche.
• Zelarino, Chirignago, Marghera: aree dell’entroterra dove il lavoro si era diffuso anche in ambito rurale, soprattutto a inizio Novecento.
Le donne si riunivano nelle case da impirar, ambienti spesso domestici ma organizzati in gruppi cooperativi, dove si svolgeva un lavoro che era anche occasione di socialità.
Tecniche e strumenti del mestiere
Lo strumento principale era il sessolo, un piccolo vassoio curvo in legno, metallo o latta, usato per far scorrere le perle. Le impiraresse usavano aghi lunghi o fili cerati per infilare con rapidità migliaia di perline.
Le tecniche erano trasmesse oralmente: non esistevano scuole ufficiali, ma l’apprendimento avveniva sin da bambine, osservando madri, zie e vicine. L’infilatura seguiva criteri precisi di colore, dimensione e forma, in base alle richieste dei mercanti. In alcune zone si usavano schemi decorativi veri e propri, dando origine a manufatti già pronti per la vendita.
Impatto sociale e culturale
L’attività delle impiraresse andava ben oltre la produzione materiale: rappresentava un’importante risorsa economica per le famiglie popolari. In molti casi, le donne che lavoravano come impiraresse erano vedove, madri di molti figli o giovani ragazze che contribuivano al bilancio familiare.
Il lavoro era una delle rare forme di reddito femminile in un’epoca in cui le donne non avevano accesso a istruzione o impieghi pubblici. Le impiraresse erano spesso organizzate informalmente in colleganze, piccole reti di mutuo aiuto che anticipavano forme cooperative. Il loro lavoro favorì, in modo marginale ma significativo, un primo processo di autonomia economica femminile.
Testimonianze e attivismo
Nel primo Novecento, con l’aumento della coscienza di classe, le impiraresse parteciparono a scioperi e rivendicazioni salariali, in particolare negli anni ‘20 e ‘30. Alcune fonti archivistiche parlano di proteste contro l’abbassamento delle tariffe da parte dei fornitori e di tentativi, pur limitati, di organizzazione sindacale.
Impiraresse celebri e citazioni letterarie
Sebbene molte impiraresse siano rimaste anonime, la memoria orale e alcune fonti storiche riportano alcuni nomi:
• Teresa “Teresina” Barzizza (fine ‘800): attiva nel sestiere di Cannaregio, era nota per la sua velocità leggendaria – oltre 15.000 perle al giorno – e per aver insegnato l’arte a tre generazioni di donne della sua corte.
• Luigia Franchin, detta la Forta: originaria della Giudecca, era soprannominata così per la sua forza di carattere. Guidò una protesta nel 1928 per l’equiparazione delle tariffe di lavoro.
• Giovanna Cogo: attiva nel secondo dopoguerra, contribuì alla riscoperta della tecnica artigianale tradizionale negli anni ’70 e fu una delle prime impiraresse a essere intervistata dalla Rai.
Nel folklore e nella letteratura popolare, l’impiraressa compare come personaggio tipico della Venezia minore: donna modesta ma tenace, con lingua pronta e spirito indipendente. Ne parlano anche scrittori come Diego Valeri e in dialetto nei racconti di Elio Zorzi.
Le impiraresse nella canzone popolare e nella cultura
Le impiraresse hanno lasciato un segno anche nella musica popolare veneziana. Si ricordano alcune Canzoni popolari:
• “La canzon de l’impiraressa” (anonima, XIX secolo): canto tradizionale eseguito in occasione di feste di quartiere o come filastrocca per bambine. I versi esprimevano la fatica quotidiana del lavoro e il sogno di un amore lontano.
“Me sogno ogni sera co’ le man sporche de véro,
ma el me fio che vien da l’America,
el me porta l’anello vero…”
• “Impiaré, impiaré”, canto di lavoro cadenzato, spesso intonato in coro nei cortili, che aiutava a mantenere il ritmo nell’infilare le perline.
• “Semo tute impiraresse” (1975). Interprete: Luisa Ronchini (insieme al Canzoniere Popolare Veneto). Il brano narra la condizione di sfruttamento delle impiraresse – spesso bambine e ragazze – costrette a un lavoro ripetitivo, malpagato e fatto quasi sempre fuori dalla casa di produzione:
“le infilatrici di perle, lavoratrici a domicilio sfruttate fin dalla più tenera età e naturalmente sottopagate”
• Importanza di “Semo tute impiraresse”: riveste un significato storico e sociale, poiché collega la tradizione popolare al tema del lavoro femminile e alle prime lotte operaie nell’area veneta, in un periodo di crescente coscienza di classe.
Folklore e feste
Durante alcune feste locali, come la Festa del Redentore o quella della Madonna della Salute, le impiraresse esponevano le loro collane e rosari fatti a mano. In alcune sagre lagunari moderne si tengono ancora laboratori didattici per ricordare il mestiere.
Il declino e la riscoperta contemporanea
Il mestiere cominciò a scomparire nel XX secolo, in particolare dopo la Seconda guerra mondiale. La produzione industriale, l’arrivo di perline cinesi a basso costo, e il cambiamento nei gusti della moda determinarono un calo drastico della domanda.
A partire dagli anni ’70, tuttavia, alcune artigiane e associazioni culturali hanno avviato un movimento di riscoperta e valorizzazione del mestiere. Oggi, il lavoro delle impiraresse sopravvive in forma artistica, in botteghe artigiane a Murano, Castello e Dorsoduro, dove l’infilatura viene reinventata in chiave moderna per la creazione di gioielli d’autore.
Conclusioni
L’impiraressa è molto più di un’artigiana: è custode di una memoria collettiva fatta di lavoro, sapere femminile e resistenza. Il suo mestiere, relegato ai margini della storia ufficiale, rappresenta un elemento centrale nella comprensione della cultura materiale e sociale di Venezia. Celebrarne la figura oggi non è un gesto nostalgico, ma un atto di riconoscimento verso una tradizione che ha reso la città unica nel mondo.
Glossario aggiornato
• Impiraressa: donna specializzata nell’infilare perline di vetro su fili.
• Impirar: dal veneziano, “infilare”.
• Conterie: perline di vetro prodotte artigianalmente a Murano.
• Sessolo: contenitore concavo per raccogliere e manipolare le perline.
• Casa da impirar: abitazione o luogo adibito a laboratorio artigiano domestico.
• Pérele: perline, in dialetto veneziano.
Bibliografia aggiornata
• Barovier Mentasti, R. Il vetro veneziano. Milano: Electa, 1982.
• Giacomini, G. Le impiraresse: donne e lavoro nella Venezia del Novecento. Venezia: Marsilio, 2003.
• Zecchin, L. La fabbrica delle perle a Venezia. Venezia: Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, 1995.
• Toninato, P. Donne del vetro: mestieri femminili a Venezia, Venezia: Helvetia, 2010.
• Museo del Vetro di Murano – catalogo.
• Archivio dell’Istituto Veneziano per la Storia Sociale – sezione lavoro femminile.
• Cantarutti, A. Canti popolari del Veneto. Padova: CLEUP, 1974.
• Zorzi, E. Racconti veneziani. Venezia: Istituto per la Cultura Popolare, 1955.


