Lova, si torna a scavare nell’antico santuario alle porte della laguna di Venezia

Dopo più di dieci anni riprendono le indagini archeologiche a Campagna Lupia. Le nuove prospezioni geofisiche hanno indirizzato lo scavo verso un grande edificio templare mai indagato direttamente.

La storia della laguna veneziana non comincia con Venezia. Molti secoli prima che Rialto, Torcello e gli altri centri lagunari assumessero il ruolo che conosciamo dalle vicende medievali, le terre e le acque poste fra la pianura veneta e l’Adriatico erano già percorse dagli uomini, attraversate da vie fluviali e terrestri e inserite in una rete di rapporti economici, culturali e religiosi della quale l’archeologia continua a restituire testimonianze preziose.

Una delle più importanti si trova a Lova, nel territorio di Campagna Lupia, lungo la gronda centro-meridionale della laguna veneziana, dove dopo più di dieci anni sono riprese le ricerche nel grande santuario antico noto agli studiosi fin dagli ultimi decenni del Novecento.

La ripresa delle indagini è documentata ufficialmente. Il 7 luglio 2026 la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Venezia ha affidato alla P.E.T.R.A. Soc. Coop. di Padova il servizio di indagini archeologiche in località Lova, nell’ambito dei finanziamenti ministeriali destinati agli scavi e alle attività di tutela delle aree di interesse archeologico. La stessa Soprintendenza ha successivamente annunciato pubblicamente il ritorno degli archeologi sul sito, precisando che le nuove ricerche sono state precedute da prospezioni geofisiche condotte dal CIBA dell’Università degli Studi di Padova.

È proprio grazie a queste indagini non invasive che l’attenzione è stata concentrata su un settore particolarmente promettente, dove è stato aperto un ampio saggio archeologico in corrispondenza di quello che la comunicazione ufficiale definisce un «grande edificio templare mai indagato prima». La formulazione richiede una precisazione: non significa necessariamente che l’esistenza della struttura fosse del tutto sconosciuta, perché una parte considerevole della planimetria di Lova è nota da tempo attraverso le prospezioni magnetiche; significa, piuttosto, che quell’edificio viene ora raggiunto e studiato direttamente mediante lo scavo stratigrafico.

Per comprendere l’importanza della nuova campagna occorre tornare alle ricerche avviate nel secolo scorso.

Il sito di Lova era noto per rinvenimenti di epoca romana già dalla fine del Settecento, ma furono soprattutto le ricerche condotte a partire dagli anni Novanta a rivelare l’esistenza di un complesso santuariale di eccezionale interesse. Le prospezioni geofisiche e i successivi saggi mostrarono che il santuario non era costituito da un singolo edificio, bensì da un insieme articolato di costruzioni organizzate intorno a uno spazio centrale. La documentazione scientifica identifica, fra le strutture principali, un Edificio A costituito da un grande quadriportico di circa 30 per 45 metri, un Edificio B con pianta a U che racchiudeva un piccolo edificio in antis e un Edificio C, lungo e stretto, la cui articolazione interna rimaneva ancora in parte problematica.

È necessario, tuttavia, ricordare che quella ricostruzione deriva in larga misura dalle prospezioni magnetiche, perché soltanto porzioni relativamente limitate del complesso sono state effettivamente scavate. Già nel 2011 Simonetta Bonomi e Carmelo G. Malacrino sottolineavano come il santuario fosse stato indagato soltanto in minima parte e come la restituzione della sua planimetria generale dipendesse soprattutto dai risultati delle indagini geofisiche. La campagna del 2026 assume dunque un significato particolare proprio perché permette di tornare a verificare sul terreno ciò che finora era leggibile soprattutto attraverso le anomalie del sottosuolo.

Anche la cronologia del sito richiede qualche cautela.

Lova viene definita ufficialmente «santuario preromano e romano», ma questa formula non deve essere tradotta nell’idea di un grande tempio paleoveneto esistente già diversi secoli prima dell’arrivo di Roma. Gli studi pubblicati distinguono infatti la frequentazione più antica del territorio dalla costruzione del complesso monumentale.

Bonomi e Malacrino ricordano che l’area presso le foci del Medoacus minor era frequentata dall’ambiente patavino già nel IV-III secolo a.C., come indicano soprattutto rinvenimenti numismatici ed epigrafici sporadici; i materiali provenienti dal santuario permettono invece di collocare l’impianto del complesso nell’avanzato II secolo a.C., forse in un momento non lontano dalla realizzazione della vicina via Popillia.

È precisamente questo contesto cronologico a rendere Lova tanto importante per lo studio della romanizzazione del Veneto.

Nel II e nel I secolo a.C. il rapporto fra Roma e le comunità venete divenne sempre più stretto, fino alla loro piena integrazione politica e culturale. Il santuario di Lova nacque e si sviluppò entro questa fase di trasformazione e, nella sua organizzazione architettonica, mostra caratteri ormai riconducibili al mondo romano, nel quale erano penetrate anche esperienze proprie dell’architettura ellenistica mediterranea. Gli studiosi hanno infatti messo in relazione la grande piazza porticata, il tempio inserito entro un sistema di portici e gli altri elementi della composizione con modelli diffusi nell’architettura sacra ellenistica e romana.

Vi era tuttavia un elemento che conferiva al santuario un carattere strettamente legato al luogo nel quale era sorto: l’acqua.

Lova si trovava presso le antiche foci del Medoacus minor, in una posizione che gli studiosi hanno interpretato come strategica nel rapporto fra il territorio patavino, la fascia lagunare e l’Adriatico. Gli scavi nell’area circostante un pozzo hanno restituito depositi contenenti bronzetti votivi a figura umana, assi repubblicani, carboni, conchiglie e numerosi piccoli recipienti ceramici; proprio questi ultimi, secondo l’interpretazione proposta dagli archeologi, erano destinati in molti casi a contenere acqua e venivano successivamente frantumati nel corso delle pratiche rituali. Il ruolo preciso del pozzo e la natura delle liturgie rimangono incerti, ma l’importanza dell’elemento acquatico all’interno delle pratiche cultuali appare evidente.

L’identità della divinità venerata resta invece sconosciuta. È un limite delle nostre conoscenze che conviene rispettare, poiché nessuna fonte permette attualmente di attribuire con sicurezza il santuario a una particolare divinità.

La vita del complesso fu comunque intensa. I dati ceramici esaminati dagli studiosi indicano una fase di massimo sviluppo fra l’età augustea e quella giulio-claudia, mentre l’attività propriamente santuariale sembra cessare intorno alla metà del I secolo d.C. La scheda ufficiale del Ministero della Cultura relativa al Museo archeologico di Santa Maria di Lugo, dove sono conservate testimonianze provenienti dal sito, indica infatti per il complesso santuariale un arco cronologico compreso fra il II secolo a.C. e il I secolo d.C.

La campagna del 2026 torna dunque a interrogare un monumento del quale conosciamo già la rilevanza, ma del quale rimangono ancora ampie parti inesplorate. La Soprintendenza ha annunciato che, parallelamente allo scavo, prosegue lo studio dei materiali e dei dati provenienti dalle campagne precedenti grazie alla collaborazione con l’Università Ca’ Foscari Venezia, e ha anticipato che nell’autunno del 2026, insieme al Comune di Campagna Lupia, verranno presentate al pubblico le novità emerse dalle ricerche e alcuni dei reperti riportati alla luce.

Per il momento è opportuno fermarsi qui.

La comunicazione istituzionale afferma che durante lo scavo «le sorprese non stanno mancando», senza però specificare quali strutture o materiali siano già emersi. Trasformare questa prudente anticipazione in annunci sulla scoperta di nuovi templi, divinità o reperti eccezionali significherebbe precedere i dati che gli archeologi devono ancora presentare.

Ciò che sappiamo è già sufficiente a restituire a Lova il posto che le spetta nella storia antica del territorio veneziano.

Quando Venezia non esisteva ancora, lungo il margine della futura laguna uomini provenienti da un territorio profondamente legato a Padova raggiungevano questo luogo sacro, attraversavano i suoi portici, utilizzavano l’acqua nel corso di rituali che oggi possiamo ricostruire soltanto in parte e lasciavano offerte alle divinità. Intorno a loro si estendeva un paesaggio nel quale fiumi e acque lagunari non costituivano separazioni, bensì vie di comunicazione verso l’Adriatico.

Non vi è una linea diretta che conduca da quel santuario alla Venezia medievale, e sarebbe anacronistico cercarla; vi è però una continuità geografica, quella di un territorio d’acqua che per millenni ha favorito incontri, commerci e movimenti di uomini.

Oggi, dopo più di dieci anni di interruzione, gli archeologi sono tornati a scavare proprio in quel paesaggio. E questa volta lo scavo ha raggiunto uno degli edifici templari che il sottosuolo di Lova aveva conservato e che finora non era mai stato interrogato direttamente.

I risultati, quelli veri, verranno dall’archeologia.

La gronda meridionale della laguna di Venezia vista dallo spazio, con il Canale di Lova, Valle Millecampi e il sistema di barene e canali che caratterizza questo settore del territorio lagunare. Immagine ripresa dalla Stazione Spaziale Internazionale, NASA / Wikimedia Commons.

Bibliografia e fonti

Fonti istituzionali

Ministero della Cultura, Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Venezia, Determina a contrarre per il servizio di indagini archeologiche in Campagna Lupia (VE), località Lova – Santuario preromano e romano di Lova, 7 luglio 2026.

Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Venezia, comunicazione ufficiale Si torna a scavare a Campagna Lupia!, agosto 2026.

Ministero della Cultura, Museo archeologico di S. Maria di Lugo, scheda istituzionale del luogo della cultura.

Bibliografia scientifica

S. Bonomi, C. G. Malacrino, «Altino e Lova di Campagna Lupia: confronti e riferimenti», in G. Cresci Marrone, M. Tirelli (a cura di), Altnoi. Il santuario altinate: strutture del sacro a confronto e i luoghi di culto lungo la via Annia, Atti del Convegno, Venezia 4-6 dicembre 2006, Roma, Edizioni Quasar, 2009, pp. 229-246.

S. Bonomi, C. G. Malacrino, «Dal santuario di Altino al santuario di Lova di Campagna Lupia. Una messa a confronto nel panorama del sacro nel Veneto», in G. Gorini (a cura di), Alle foci del Medoacus minor. Campagna Lupia. Studi e ricerche di storia e archeologia, Padova, 2011, pp. 71-88.

S. Bonomi, «Il santuario di Lova di Campagna Lupia», in G. Cresci Marrone, M. Tirelli (a cura di), Orizzonti del sacro. Culti e santuari antichi in Altino e nel Veneto orientale, Atti del Convegno, Venezia 1-2 dicembre 1999, Roma, 2001, pp. 245-254.

S. Bonomi (a cura di), Ostis. Il santuario alle foci di un Meduaco. Indagini archeologiche a Lova di Campagna Lupia, catalogo della mostra, 1995.

Antonio Vaianella

Statuetta bronzea di cinghiale proveniente dagli scavi di Lova di Campagna Lupia del 1913, datata al I secolo d.C. e conservata al Museo Archeologico Nazionale di Venezia. Foto: Didier Descouens / Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.

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