Il 17 agosto 1571, nella piazza di Famagosta, Marcantonio Bragadin affrontava gli ultimi istanti di una vita che il destino aveva ormai indissolubilmente legato a quella città lontana da Venezia, protesa sul Mediterraneo orientale e ridotta, dopo undici mesi di assedio, a un ammasso di bastioni sconvolti, case ferite dalle artiglierie e strade percorse da uomini esausti. Aveva quarantotto anni e da quasi due settimane era prigioniero di coloro ai quali aveva consegnato la fortezza confidando nelle condizioni di una capitolazione solennemente concordata; mutilato, indebolito dalle ferite e dall’infezione, sottoposto a umiliazioni che avrebbero dovuto spezzarne prima lo spirito e poi il corpo, si avviava verso un supplizio destinato a fare del suo nome uno dei simboli più tragici della storia della Repubblica di Venezia.
Per comprendere come un patrizio veneziano, che per gran parte della propria esistenza aveva servito lo Stato attraverso uffici e incarichi senza distinguersi nelle grandi guerre del secolo, sia diventato l’uomo di Famagosta, bisogna tornare alla Venezia nella quale era nato il 21 aprile 1523, figlio di Marco Bragadin e Adriana Bembo. Apparteneva a quel patriziato sul quale poggiava la complessa macchina politica della Serenissima e, come molti giovani della sua condizione, entrò presto al servizio della Repubblica, iniziando un percorso che lo avrebbe condotto dalle magistrature cittadine agli incarichi marittimi e militari.
La sua non fu, almeno inizialmente, la carriera folgorante di un grande capitano. Bragadin conobbe piuttosto quella lenta disciplina del servizio pubblico che costituiva uno dei tratti più caratteristici della classe dirigente veneziana: ricoprì uffici, acquisì esperienza amministrativa e si avvicinò alla vita del mare, ottenendo incarichi sulle galee senza che gli si presentasse, per lungo tempo, l’occasione di misurarsi con una prova capace di consegnarne il nome alla storia. Tutto cambiò il 31 maggio 1569, quando il Senato lo elesse capitano del Regno di Cipro, affidandogli una responsabilità che sarebbe divenuta, nel volgere di pochi mesi, immensamente più grave di quanto chiunque potesse prevedere.
Quando Bragadin raggiunse Famagosta, nel settembre dello stesso anno, le notizie provenienti dall’Oriente parlavano con crescente insistenza dei grandi preparativi militari ottomani. L’obiettivo della spedizione rimase per qualche tempo incerto, ma nella primavera del 1570 le intenzioni del sultano Selim II divennero evidenti: Cipro, possedimento veneziano dal 1489, ricca di risorse e collocata in una posizione strategica fondamentale nel Mediterraneo orientale, sarebbe stata investita dalla potenza militare della Porta.
Venezia tentò di rafforzare le difese quando ormai il tempo disponibile era drammaticamente breve. A Famagosta Bragadin si dedicò con energia alla preparazione della città, facendo consolidare le fortificazioni, raccogliendo viveri, mettendo al sicuro le polveri e provvedendo all’arruolamento delle milizie. Le necessità erano tali che venne perfino battuta nella zecca locale una moneta di rame destinata al pagamento dei soldati, alla quale fu imposto corso forzoso. Ogni misura lasciava comprendere che la guerra non era più una possibilità lontana, bensì una realtà che si avvicinava rapidamente alle coste dell’isola.
Nel luglio del 1570 l’esercito ottomano sbarcò a Cipro senza incontrare una resistenza capace di impedirgli di stabilire una solida testa di ponte e rivolse quindi le proprie forze contro Nicosia. La capitale dell’isola sostenne l’assedio per circa due mesi, finché, il 9 settembre, le difese furono travolte e alla conquista seguì una sanguinosa repressione. Due giorni più tardi Famagosta ricevette un annuncio che non lasciava spazio alle illusioni: gli Ottomani fecero giungere davanti alla città la testa mozzata di Niccolò Dandolo, luogotenente generale del Regno, affinché Bragadin e i suoi uomini comprendessero quale sorte avrebbe potuto attenderli qualora avessero perseverato nella resistenza.
L’intimidazione non produsse l’effetto sperato. Mentre altre posizioni veneziane sull’isola cedevano e il castello di Cerinea capitolava senza opporre una resistenza paragonabile a quella di Nicosia, Famagosta decise di combattere e divenne così l’ultimo grande baluardo della presenza veneziana a Cipro. Da quel momento la vicenda personale di Marcantonio Bragadin cominciò a confondersi con quella della città che gli era stata affidata.
Famagosta possedeva fortificazioni imponenti, trasformate secondo i principi dell’architettura militare cinquecentesca per resistere alla crescente potenza delle artiglierie. Bastioni, terrapieni, fossati e opere avanzate ne facevano una piazzaforte difficile da espugnare, mentre l’opera di tecnici e comandanti esperti aveva cercato di adattare le antiche difese alle esigenze della guerra moderna. La pietra, tuttavia, poteva soltanto rallentare il nemico: la vera capacità di resistenza dipendeva dagli uomini che avrebbero dovuto presidiare quelle mura giorno e notte, ripararle dopo i bombardamenti, respingere gli assalti e continuare a combattere mentre diminuivano viveri, munizioni e speranze.
Accanto a Bragadin si trovavano uomini di grande esperienza militare, primo fra tutti Astorre Baglioni, capitano perugino al servizio della Serenissima, al quale spettò una parte essenziale nella direzione delle operazioni difensive. Con loro combattevano soldati veneziani, italiani e ciprioti, ai quali si sarebbero aggiunti nel gennaio del 1571 nuovi contingenti, riusciti a raggiungere la città insieme con artiglierie, viveri e munizioni. Quel soccorso alimentò la speranza che la fortezza potesse essere salvata e che, prima o poi, una flotta cristiana comparisse all’orizzonte per spezzare definitivamente l’assedio.
L’inverno trascorse in questa attesa, mentre gli Ottomani mantenevano la pressione sulla città senza ancora scatenare l’offensiva decisiva. Con la primavera, tuttavia, la guerra cambiò volto. Nuove forze giunsero davanti a Famagosta e cominciò la fase più violenta dell’assedio, durante la quale le grandi artiglierie ottomane martellarono sistematicamente le fortificazioni, cercando di aprire nelle mura quelle brecce attraverso le quali la superiorità numerica degli assedianti avrebbe potuto finalmente manifestarsi in tutta la propria forza.
Alla guerra combattuta alla luce del giorno se ne aggiunse un’altra, più oscura e angosciosa, condotta nel sottosuolo. Gli assedianti scavavano gallerie sotto le opere difensive per collocarvi cariche esplosive e far crollare bastioni e cortine, mentre i difensori cercavano di individuare le mine, intercettarle con controgallerie o neutralizzarne gli effetti. Il terreno stesso sul quale sorgeva Famagosta era divenuto parte della battaglia e poteva aprirsi improvvisamente sotto i piedi degli uomini, inghiottendo fortificazioni e soldati in una nube di terra, pietre, fumo e polvere.
Gli assalti si succedettero con crescente intensità e ciascuno lasciò sulle mura nuovi morti e nuovi feriti. Le brecce aperte durante il giorno venivano riparate durante la notte con terra, legname, fascine e quanto fosse possibile reperire; i soldati che poche ore prima avevano combattuto erano chiamati nuovamente a lavorare sulle fortificazioni, sapendo che all’alba i cannoni avrebbero ricominciato a colpire. Fu una guerra di logoramento nella quale la capacità di sopportare divenne importante quanto quella di combattere.
In quei mesi Bragadin dovette esercitare una forma di comando assai diversa da quella celebrata nei racconti delle grandi battaglie. Non vi erano campagne da manovrare né vittorie spettacolari da conseguire, poiché il suo compito consisteva soprattutto nel conservare la coesione di una comunità assediata, distribuire risorse sempre più scarse, sostenere il morale dei soldati e impedire che la consapevolezza dell’isolamento si trasformasse in disperazione. Il suo carattere, che le fonti mostrano capace anche di una durezza estrema quando riteneva minacciata la disciplina, si adattò alla terribile necessità di una difesa nella quale ogni esitazione poteva compromettere la sopravvivenza di tutti.
Dietro l’immagine del comandante comincia però ad apparire, attraverso le lettere, anche quella dell’uomo. Bragadin non era insensibile al timore, né possedeva quella sovrumana indifferenza davanti alla morte che la leggenda avrebbe potuto attribuirgli in seguito. Pensava alla famiglia, agli amici, a Venezia e a coloro che sapeva in ansia per lui; ciò che rende la sua condotta più significativa è precisamente questa consapevolezza, perché egli rimase al proprio posto conoscendo sempre meglio il prezzo che avrebbe potuto essere chiamato a pagare.
La primavera divenne estate e il soccorso continuò a non arrivare. Nel Mediterraneo le potenze cristiane stavano faticosamente cercando di superare rivalità, diffidenze e interessi contrastanti per dare consistenza alla Lega Santa, mentre Famagosta non disponeva del tempo necessario per attendere che la grande politica producesse i suoi risultati. Ogni settimana di resistenza costava agli Ottomani uomini, munizioni e risorse, ma consumava in misura ancora maggiore la piccola comunità rinchiusa entro le mura.
Il 19 luglio Bragadin riuscì a inviare uno degli ultimi dispacci, sottoscritto anche da Lorenzo Tiepolo e indirizzato alle autorità veneziane. È un documento particolarmente prezioso perché consente di osservare l’assedio attraverso gli occhi di chi ormai ne comprendeva l’esito. Il popolo manifestava il desiderio di arrendersi, tra i soldati cominciava a diffondersi la convinzione di essere stati abbandonati e le speranze di ricevere i soccorsi promessi erano quasi svanite. In quelle parole non si trova la retorica dell’eroe che proclama di voler morire, bensì la lucidità di un uomo di governo che prende atto della realtà e continua, malgrado essa, ad adempiere al proprio compito.
Famagosta resistette ancora.
Per altri dodici giorni i difensori respinsero nuovi assalti generali, mentre le mura erano ormai aperte da vaste brecce e gli uomini validi si erano ridotti a poche centinaia. Le munizioni erano pressoché terminate: secondo la documentazione ricordata dalle fonti, rimanevano appena sette barili di polvere. In quelle condizioni continuare la difesa non avrebbe più significato tentare di salvare la città, bensì prolungare di poche ore o di pochi giorni un combattimento il cui risultato era ormai inevitabile.
Bragadin aveva resistito fino a quel momento all’idea della resa, ma la sera del 31 luglio dovette infine accettare il parere di Astorre Baglioni e degli altri comandanti, i quali ritenevano che fosse giunto il momento di trattare. La decisione non cancellava quanto era avvenuto nei mesi precedenti: Famagosta aveva tenuto per undici mesi e, nella fase finale dell’assedio, aveva respinto ripetutamente forze immensamente superiori, pagando ogni giorno di resistenza con il sangue dei propri difensori.
Il 1º agosto furono sottoscritti i capitoli della resa. Le condizioni riconoscevano sostanzialmente l’onore delle armi ai superstiti e prevedevano che la guarnigione potesse ritirarsi a Candia insieme con i civili che avessero desiderato partire, portando con sé armi e alcuni pezzi d’artiglieria. Per uomini che avevano combattuto così a lungo si trattava di una capitolazione dignitosa e, soprattutto, della promessa che il sacrificio non sarebbe stato seguito dallo sterminio della popolazione.
Cominciarono così le operazioni necessarie all’evacuazione e per alcuni giorni sembrò che la tragedia fosse realmente terminata. Dopo mesi nei quali il fragore delle artiglierie aveva accompagnato ogni giornata, sulla città scese un silenzio che doveva apparire quasi irreale ai superstiti. Molti avevano perduto compagni, amici e familiari; altri portavano sul corpo le ferite dell’assedio, ma potevano almeno credere che la parola data avrebbe permesso loro di lasciare vivi quella terra sulla quale avevano combattuto.
La sera del 5 agosto, completato l’imbarco, Marcantonio Bragadin lasciò Famagosta insieme con Astorre Baglioni e gli altri principali comandanti per recarsi nell’accampamento di Lala Mustafa Pascià e consegnare formalmente le chiavi della città. Si presentò rivestito secondo la dignità della propria carica, nella convinzione di compiere l’ultimo atto previsto dalla capitolazione e di poter poi raggiungere i suoi uomini.
Fu allora che tutto precipitò.
Nel corso dell’incontro Mustafa mosse ai Veneziani accuse riguardanti la sorte di prigionieri ottomani e, in un clima che le diverse testimonianze hanno ricostruito con particolari non sempre concordanti, la solenne capitolazione venne violata. Gli ufficiali che accompagnavano Bragadin furono assaliti e molti di loro uccisi; Astorre Baglioni, che aveva condiviso con lui la responsabilità della difesa, trovò la morte insieme con altri comandanti, mentre per il capitano veneziano fu scelta una sorte diversa.
Mustafa ordinò che gli fossero tagliati il naso e le orecchie.
La mutilazione, compiuta davanti agli uomini che avevano appena consegnato la città confidando nella parola ricevuta, trasformava il comandante sconfitto in un prigioniero sul quale il vincitore intendeva esercitare una vendetta esemplare. Bragadin sopravvisse alle ferite, ma nei giorni successivi le piaghe si infettarono e le sue condizioni peggiorarono progressivamente, mentre continuavano le umiliazioni alle quali veniva sottoposto.
Trascorsero quasi due settimane, finché giunse il 17 agosto.
Quel mattino l’uomo che per undici mesi aveva comandato la resistenza di Famagosta fu trascinato davanti alle batterie degli assedianti e costretto, malgrado le condizioni in cui si trovava, a trasportare sulle trincee due pesanti ceste di terra. L’umiliazione aveva un significato evidente: colui che aveva difeso quelle fortificazioni doveva essere mostrato ai vincitori ridotto alla condizione di servo, costretto a lavorare sulle stesse opere che avevano contribuito alla conquista della sua città. Successivamente fu condotto al porto, issato sull’antenna di una galera e tenuto sospeso affinché la sua degradazione fosse esibita davanti agli uomini dell’esercito e della flotta ottomana.
Quando infine venne ricondotto nella piazza di Famagosta, il supplizio raggiunse il suo epilogo. Bragadin fu spogliato, legato alla colonna destinata alle esecuzioni e consegnato al carnefice, che cominciò a scorticarlo vivo. Le fonti ricordano che durante il tormento continuò a recitare il Miserere e a invocare il nome di Cristo, finché, quando la pelle gli era stata strappata dal busto e dalle braccia, le sue forze cedettero e morì.
Non aveva ancora compiuto quarantanove anni.
La violenza continuò anche sul cadavere, che venne squartato, mentre la pelle fu riempita di paglia e cotone, rivestita degli abiti e delle insegne del comando e trasformata in un macabro simulacro. Quell’immagine del governatore sconfitto venne mostrata per le vie della città e successivamente appesa all’antenna di una galera diretta a Costantinopoli, insieme con le teste di altri comandanti cristiani, affinché la capitale dell’Impero potesse contemplare i trofei della conquista di Cipro.
Mustafa aveva conquistato Famagosta e distrutto il corpo del suo difensore; senza poterlo prevedere, aveva tuttavia creato uno dei più potenti simboli della memoria veneziana.
La notizia della fine di Bragadin si diffuse infatti rapidamente e il racconto del supplizio cominciò a essere tramandato attraverso le relazioni dei superstiti, le cronache e le opere dedicate alla guerra di Cipro. Come accade quasi inevitabilmente davanti a vicende capaci di suscitare un’emozione così profonda, ai fatti documentabili si aggiunsero con il tempo particolari difficili da verificare, cifre ingigantite e parole attribuite ai protagonisti. La figura storica cominciò così a trasformarsi in quella del martire di Famagosta, ma dietro la costruzione della leggenda rimase una vicenda reale che non aveva bisogno di essere abbellita.
Nove anni dopo, nel 1580, la pelle di Bragadin fu sottratta all’Arsenale di Costantinopoli e riportata a Venezia, dove venne accolta quasi come una reliquia. Conservata dapprima nella chiesa di San Gregorio, nel 1596 fu trasferita nella basilica dei Santi Giovanni e Paolo, uno dei luoghi più solenni della memoria pubblica veneziana, dove ancora oggi riposa. Il ritorno delle sue spoglie possedeva un significato che andava ben oltre la pietà verso un uomo morto lontano dalla patria: Venezia recuperava simbolicamente uno dei propri figli e inseriva il suo sacrificio nel grande racconto della Repubblica.
Rimane infine la questione del rapporto fra la resistenza di Famagosta e Lepanto, spesso presentato in termini troppo semplici. È certamente suggestivo osservare che soltanto cinquantuno giorni dopo la morte di Bragadin, il 7 ottobre 1571, la flotta della Lega Santa avrebbe affrontato quella ottomana nelle acque di Lepanto, ottenendo una delle più celebri vittorie navali della storia mediterranea. Sarebbe tuttavia improprio sostenere che la lunga difesa della città rese da sola possibile quella vittoria, perché la formazione della Lega, la concentrazione delle flotte e le decisioni strategiche che condussero allo scontro dipendevano da un quadro politico e militare assai più vasto.
Ciò non diminuisce il valore strategico della resistenza. Per molti mesi gli Ottomani furono costretti a impegnare uomini, artiglierie, navi e rifornimenti contro una fortezza che avrebbero voluto conquistare rapidamente, subendo un logoramento considerevole e prolungando una campagna che si era rivelata molto più dura del previsto. Famagosta rappresentò dunque una parte importante della guerra di Cipro e la sua caduta, avvenuta quando la Lega Santa era ormai costituita, appartiene allo stesso grande scenario mediterraneo che poche settimane più tardi avrebbe condotto a Lepanto.
Cipro, tuttavia, era perduta e sarebbe rimasta sotto dominio ottomano per quasi tre secoli. Nessuna vittoria navale avrebbe restituito a Venezia l’isola, né avrebbe riportato in vita gli uomini morti sulle mura di Famagosta. Se si vuole comprendere la grandezza di Bragadin, occorre perciò liberarla dalla necessità di trasformare la sua morte in una vittoria postuma: il significato della sua vicenda risiede precisamente nell’avere affrontato una sconfitta inevitabile senza sottrarsi alle responsabilità che la sua carica gli imponeva.
È questa dimensione, profondamente umana, a renderne ancora oggi commovente la storia. Marcantonio Bragadin non fu l’eroe invulnerabile delle leggende, incapace di provare paura o di dubitare; fu un uomo che conosceva la situazione nella quale si trovava, che riceveva notizie sempre più scoraggianti, che vedeva diminuire ogni giorno il numero dei propri soldati e che nelle lettere lasciava trasparire il pensiero degli affetti lontani. Continuò tuttavia a governare e a difendere la città perché riteneva che quello fosse il dovere affidatogli dalla Repubblica, finché la prosecuzione della lotta non avrebbe significato altro che il sacrificio inutile dei superstiti.
In questo consiste forse la parte più alta del suo coraggio. È relativamente facile costruire, a distanza di secoli, l’immagine di un uomo che non conobbe mai l’incertezza; assai più difficile, e assai più vicino alla verità, è immaginare quel patrizio veneziano sulle mura devastate di Famagosta mentre guardava verso il mare e sapeva che le vele attese potevano non comparire, mentre riceveva i rapporti sulle munizioni rimaste, visitava le opere danneggiate, incontrava uomini stremati e comprendeva che il cerchio intorno alla città si stava chiudendo.
Quando infine accettò la resa, non rinnegò la resistenza che aveva condotto, perché aveva semplicemente raggiunto il limite oltre il quale il dovere del comandante non consiste più nel chiedere ai propri uomini di morire. Aveva ottenuto condizioni che avrebbero dovuto salvare soldati e civili, e si consegnò personalmente al vincitore confidando nel rispetto di quei patti. La sorte che gli fu riservata appartiene alla storia della violenza di quella guerra; il modo nel quale l’affrontò appartiene invece alla memoria di Venezia.
Sono trascorsi più di quattro secoli e mezzo da quel 17 agosto 1571 e Famagosta non appartiene più alla Serenissima, così come da molto tempo è scomparsa la Repubblica alla quale Bragadin aveva consacrato il proprio servizio. Eppure, nella basilica dei Santi Giovanni e Paolo, dove Venezia raccolse nei secoli dogi, capitani e uomini illustri, le sue spoglie continuano a ricordare una vicenda nella quale la grande storia del Mediterraneo si intrecciò con il destino di un singolo uomo.
Dietro il nome di Marcantonio Bragadin rimangono gli undici mesi dell’assedio, i bastioni continuamente distrutti e ricostruiti, le notti trascorse nell’attesa di un nuovo assalto, i soldati caduti sulle brecce, il mare scrutato nella speranza di scorgervi una flotta amica e infine quella mattina d’agosto nella quale il comandante sconfitto fu condotto attraverso la città che aveva difeso sino all’estremo limite delle proprie forze.
Gli Ottomani conquistarono Famagosta e Venezia perdette Cipro, ma la memoria segue talvolta leggi diverse da quelle della guerra. Vi sono sconfitte che il tempo cancella e vittorie delle quali rimane appena il nome; vi sono invece uomini che, proprio nel momento in cui tutto è perduto, lasciano una testimonianza destinata a sopravvivere agli eserciti, agli Stati e persino alle mura per le quali combatterono.
Marcantonio Bragadin fu uno di questi uomini e il 17 agosto 1571, mentre moriva lontano dalla laguna nella fortezza che aveva difeso per undici mesi, non poteva sapere che Venezia avrebbe riportato un giorno a casa ciò che restava di lui e che, dopo più di quattrocentocinquant’anni, il suo nome sarebbe stato ancora pronunciato.
Oggi, nel giorno della sua morte, ricordiamo Marcantonio Bragadin, capitano della Repubblica e difensore di Famagosta, non perché la leggenda abbia bisogno di un altro eroe, ma perché la storia ci ha lasciato la vicenda di un uomo che conobbe la sconfitta, il dolore e la morte senza venir meno alla responsabilità che aveva assunto.
Ed è forse questa, più di ogni leggenda, la ragione per cui Venezia non lo ha dimenticato.
— Antonio Vaianella
