il settimo Doge, Maurizio Galbaio

Una volta deposto Domenico Monegario, l’assemblea dei Venetici elesse doge, nel 764, un certo Maurizio, appartenente a una famiglia contadina e possidente di Eraclea, nonché esperto di politica. Sarebbe stato poi soprannominato Galbaio, o anche Galiono, e secondo la tradizione da lui discenderebbero alcune tra le più illustri famiglie patrizie veneziane, come i Querini, i Calbo e i Canal.
Era un periodo di profonde divisioni politiche: Eraclea parteggiava per l’Impero Bizantino, mentre Malamocco era attraversata da un crescente sentimento di simpatia verso i Franchi.
Maurizio Galbaio, consapevole delle mire del papa sulle terre lagunari, fece affidamento sull’appoggio dell’Impero d’Oriente, trascurando volutamente i rapporti con i Longobardi. A testimonianza del prestigio raggiunto, Bisanzio lo insignì dei titoli di magister militum (capo militare) e di ipato (console imperiale).
Questa decisione scatenò le ire del re longobardo Desiderio, che, vedendosi privato del ruolo di difensore della Chiesa a vantaggio di Carlo Magno, diede inizio a una guerra su più fronti. Il conflitto culminò con l’assedio di Pavia nel 774 e la caduta del Regno Longobardo. Ne seguì un periodo di profondi stravolgimenti: i Franchi presero possesso dell’Esarcato di Ravenna e Carlo Magno, con le sue ambizioni espansionistiche, iniziò a suscitare forti timori anche presso i Veneziani.

Maurizio, forte del sostegno papale, riuscì a far associare al governo il figlio Giovanni, dando origine a un sistema di co-dogato. Il voto popolare dei Venetici approvò questo nuovo assetto, e in Maurizio maturò l’intento di trasformare la reggenza ducale in una carica ereditaria, non più soggetta a elezione.
Purtroppo per lui, la situazione italiana precipitò rapidamente. Per un doge filo-bizantino come Maurizio fu un duro colpo assistere all’ascesa congiunta dei Franchi e del Papato, che scalzarono definitivamente Bisanzio dal controllo sull’Esarcato, passato ormai nelle mani della Chiesa.
I Veneziani subirono pesanti danni economici proprio in quelle zone dove avevano forti interessi commerciali, in particolare Ravenna e tutto l’Esarcato. Nel 785, tutti i mercanti veneziani furono espulsi dalla Pentapoli e i loro beni confiscati con la forza.

Lo storico tedesco Ferdinand Gregorovius (1821-1891), noto per la sua monumentale Storia della città di Roma nel Medioevo, evidenzia come:
«L’espulsione forzata dei Veneziani sembra connessa al commercio di schiavi e di eunuchi che essi praticavano», precisando inoltre che fin dai tempi di Papa Zaccaria (679-752; 91° pontefice e Santo della Chiesa), «i mercanti veneziani acquistavano schiavi a Roma gareggiando coi Greci in questo lucroso mercato».

A quel punto, il cosiddetto partito francofilo aveva ormai le mani libere. Con la complicità del Patriarca di Grado e il benestare dell’Imperatrice Irene di Bisanzio, Carlo Magno si impadronì del potere su Ravenna e sull’Esarcato, relegando il ruolo del Papato a quello di spettatore.
Il doge Maurizio Galbaio si ritrovò politicamente isolato, ma, a differenza di molti suoi predecessori, riuscì a morire serenamente nel proprio letto nel 787, assistito dalle figlie Agata e Suria, e dal figlio Giovanni, al quale consegnò il dogado secondo quanto aveva da tempo predisposto.
Di Maurizio possiamo affermare che, nonostante le enormi turbolenze del tempo, riuscì a mantenere una relativa stabilità interna nel Ducato di Venezia. Il suo dogado si svolse in un’epoca segnata dalla fine del Regno Longobardo, dall’ascesa di Carlo Magno, dal crescente potere temporale del Papato e dalla crisi dell’Impero Bizantino, sempre più distante e debole sul fronte occidentale.
Il nuovo doge, Giovanni Galbaio, avrebbe dovuto però affrontare le oscure minacce che si profilavano all’orizzonte: una Venezia sempre più divisa tra influenze franche e bizantine, una Chiesa affamata di potere e un commercio in rapida trasformazione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

error: Content is protected !!