Le bigolanti di Venezia

Le bigolanti di Venezia: donne d’acqua,lavoro e resistenza nella Laguna

Introduzione
Venezia, città d’acqua per eccellenza, ha costruito nel tempo una fitta rete di relazioni tra il suo elemento naturale dominante e il lavoro umano. Tra le figure più emblematiche della Venezia popolare vi è quella della bigolanta, donna del popolo incaricata di trasportare secchi d’acqua o materiali pesanti per le calli, i ponti e i campielli della città. Queste donne, spesso dimenticate dalla storiografia ufficiale, sono state protagoniste silenziose della vita urbana e della microeconomia veneziana, soprattutto prima dell’arrivo dell’acquedotto cittadino. Il loro mestiere, duro e invisibile, rappresenta un importante tassello nella storia del lavoro femminile, della resilienza quotidiana e dell’organizzazione sociale delle classi popolari lagunari.

Origine del termine e funzione sociale
Il termine bigolanta deriva da bigolo, ovvero un bastone lungo e resistente – generalmente in legno o ferro – che veniva posato sulle spalle per trasportare, mediante due ganci o corde, recipienti pieni: prevalentemente secchi d’acqua, ma anche cesti, panni, materiali vari. La parola è di origine veneta e compare già in documenti del XVIII secolo. Il mestiere di bigolanta si diffonde in particolar modo tra il Settecento e l’Ottocento, quando la mancanza di un sistema idrico efficiente rendeva necessario rifornirsi d’acqua potabile presso i pozzi pubblici o le cisterne.

Un’iconica foto di una Venezia del tempo che fu, opera di Carlo Naya (1816-1882)

Contesto storico e urbano
Fino alla fine dell’Ottocento, Venezia non disponeva di un acquedotto moderno. L’acqua dolce era raccolta nei pozzi o cisterne, alimentati da acque piovane filtrate da sabbia e calce. Le famiglie più povere – soprattutto nei sestieri popolari come Castello, Cannaregio o l’isola della Giudecca – non avevano personale di servizio, e si affidavano alle bigolanti per rifornirsi d’acqua.
Queste donne svolgevano un servizio pubblico di fatto: camminavano chilometri ogni giorno trasportando 20, 30 fino a 50 litri d’acqua, affrontando il peso, le scale, i ponti e le intemperie. Il bigolo, che permetteva di distribuire il carico sulle spalle, diventava il simbolo stesso del loro lavoro, tanto da renderle immediatamente riconoscibili nel paesaggio urbano veneziano.

Chi erano le bigolanti
Le bigolanti erano donne per lo più anziane o mature, vedove, madri di famiglie numerose o mogli di marinai assenti. Talvolta erano contadine dell’entroterra veneto che si trasferivano in città in cerca di lavoro. Erano spesso analfabete, ma conoscevano perfettamente la rete urbana della città e i ritmi della sua vita quotidiana.
In molti casi erano lavoratrici autonome, che offrivano i loro servizi casa per casa. In altri casi erano impiegate da lavandaie, conventi o botteghe, per trasportare acqua e materiali. Erano pagate a giornata, con compensi bassissimi. Lavoravano senza tutela né contratto, esposte a incidenti, malattie e sfruttamento.

 

 

 

Strumenti e tecnica di lavoro
L’equipaggiamento di una bigolanta era semplice ma ingegnoso:
• Il bigolo: bastone lungo (fino a 1,5 m), leggermente arcuato, con spalle sagomate e ganci alle estremità.
• Secchi o brente: recipienti in legno, rame o zinco, capaci di contenere 10–15 litri l’uno.
• Spalle rinforzate con stracci o fasce di tessuto, per evitare abrasioni dovute al peso.
• Abiti larghi e resistenti, spesso con grembiuli cerati o copricapi per il sole.
Il mestiere richiedeva resistenza fisica, equilibrio e conoscenza del terreno. Non era raro che le bigolanti lavorassero anche in gruppo, per aiutarsi nelle salite o nei giorni più caldi.

Eugene de Blaas (1843- 1932), “La portatrice d’acqua” – 1908.

Zone di attività e ruolo urbano
Le bigolanti si trovavano in tutta Venezia, ma erano più comuni nei sestieri poveri:
• Castello (vicino all’Arsenale): zona densamente abitata, con molte famiglie operaie.
• Giudecca: le donne trasportavano acqua e bucato dalle rive ai conventi e alle case padronali.
• Murano e Burano: le bigolanti portavano anche vetro e materiali per le fornaci o le lavandaie.
Inoltre, erano presenti nei pressi dei mercati (come Rialto) o delle osterie, dove talvolta fungevano anche da facchine improvvisate.

Rappresentazione nella cultura popolare
A differenza delle impiraresse, le bigolanti sono meno presenti nella letteratura o nelle canzoni popolari, ma emergono nelle fotografie e testimonianze orali. Alcuni scatti d’epoca conservati presso il Museo Correr o nella fototeca Giacomelli ritraggono queste donne curve sotto il peso dei secchi, spesso in fila lungo una fondamenta.
Nel dialetto veneziano, la parola “bigolanta” è entrata nel parlato come sinonimo di:
• donna robusta e infaticabile (“xe na bigolanta!”)
• figura popolare dotata di forza e ostinazione.
Nelle commedie dialettali venete del Novecento, la bigolanta appare come personaggio burbero, saggio, legato alla terra e alla fatica.

Aneddoti e testimonianze orali
Tra le testimonianze raccolte da anziani veneziani durante le interviste dell’Istituto di Etnografia della Laguna, si ricorda la figura di “Nina la bigolanta” di Castello, che ogni mattina, alle cinque, bussava alle porte dei palazzi con la voce roca per annunciare: “Acqua fresca, signoria!”. Alcuni bambini la seguivano per gioco, affascinati dai secchi dondolanti e dal ritmo regolare dei suoi passi.
Un altro racconto tramandato oralmente nella zona di San Pietro di Castello narra di una bigolanta, “Marieta co’ i brente”, che durante l’acqua alta del 1888 riuscì a salvare diversi bambini trasportandoli in braccio o nei secchi vuoti, mentre l’acqua saliva fino alle ginocchia.
Nel quartiere della Giudecca, infine, si ricordano le bigolanti che cantavano mentre camminavano, in modo da coordinarsi nei passi e incoraggiarsi a vicenda. Un canto popolare attribuito a loro, ormai quasi scomparso, diceva:
“Co ‘l bigolo in spala e l’acqua nei seci, / ghe xe le done che mai le se reci. / Passa la zornada con i piè bagnai / e torna a casa co’ i occhi stancai.”

Decadenza e oblio del mestiere
Con l’arrivo dell’acquedotto (1884–1911) e la diffusione delle tubature nelle case, il mestiere della bigolanta scomparve progressivamente. Negli anni ’20 le ultime bigolanti si riconvertirono a lavori domestici o divennero venditrici ambulanti.
Il loro ruolo sociale fu progressivamente dimenticato, anche perché non lasciarono oggetti durevoli o manufatti. Tuttavia, rappresentano un caso emblematico di lavoro invisibile femminile, simile a quello delle portatrici di carbone, delle lavandaie o delle impiraresse.

Conclusioni
Le bigolanti rappresentano un esempio straordinario di come le donne abbiano contribuito, attraverso lavori umili ma indispensabili, al funzionamento quotidiano della città. Il loro mestiere, pur scomparso, costituisce oggi un patrimonio immateriale della Venezia storica: una testimonianza di forza, dignità e adattamento. Riscoprirle significa restituire voce a chi, nella storia, ha parlato poco ma fatto molto.

Glossario
• Bigolanta: donna che trasportava acqua o pesi usando il “bigolo”.
• Bigolo: bastone lungo usato per trasportare carichi pendenti alle estremità.
• Brenta: recipiente usato per il trasporto di liquidi.
• Pozzo veneziano: cisterna filtrante che raccoglie acqua piovana.
• Sestiere: ciascuna delle sei suddivisioni amministrative di Venezia.

Bibliografia
• Zorzi, A. Venezia: una città, una civiltà. Milano: Mondadori, 1980.
• Toninato, P. Donne del vetro: mestieri femminili a Venezia. Venezia: Helvetia, 2010.
• Baruffaldi, G. La vita delle donne a Venezia tra Ottocento e Novecento. Venezia: Marsilio, 1997.
• Archivio Fotografico Museo Correr – Fondo Bruno Giacomelli
• Da Mosto, A. Venezia e la sua laguna. Torino: UTET, 2004.
• Cittadella, L. Storie invisibili: donne e lavoro nella Venezia popolare. Venezia: Linea d’Acqua, 2012.
• Interviste orali condotte dall’Istituto Etnografico della Laguna, 1982–1996.

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