𝐃𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐒𝐞𝐫𝐞𝐧𝐢𝐬𝐬𝐢𝐦𝐚 𝐚𝐥𝐥’𝐮𝐥𝐭𝐢𝐦𝐚 𝐟𝐚𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐚 𝐯𝐞𝐧𝐞𝐳𝐢𝐚𝐧𝐚 𝐫𝐢𝐦𝐚𝐬𝐭𝐚
𝐁𝐮𝐝𝐮𝐚, 𝐥𝐚 𝐩𝐢𝐞𝐭𝐫𝐚 𝐚𝐧𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐬𝐮𝐥𝐥’𝐀𝐝𝐫𝐢𝐚𝐭𝐢𝐜𝐨
Ci sono città che sembrano nate per essere frontiera. Non confine nel senso povero del termine, non semplice linea tracciata sulle carte, ma soglia viva: luogo dove le lingue si incontrano, dove i mercanti gettano l’ancora, dove gli eserciti passano, dove le chiese cambiano campane e dove, per secoli, il mare decide il destino degli uomini più della terra.
Budva, l’antica Budua, appartiene a questa stirpe rara di città.
Oggi molti la conoscono come località turistica del Montenegro, cinta da mura, affacciata su un mare di luce, con le pietre della città vecchia consumate dai passi dei visitatori. Ma Budva è molto più di una bella cartolina adriatica. È una delle città più antiche della costa orientale dell’Adriatico, con una memoria che affonda nell’antichità illirica, greca e romana. Le fonti moderne ricordano una storia urbana di oltre duemilacinquecento anni e una tradizione mitica legata persino a Cadmo e Armonia, il fondatore fenicio di Tebe e la sua sposa, figure sospese tra mito greco e geografia adriatica.
Già questa origine racconta molto. Budva non nasce come città chiusa in sé stessa. Nasce, o almeno viene ricordata, come approdo, come punto di passaggio, come luogo attraversato da popoli diversi. Illiri, Greci, Romani, Bizantini, Slavi, Veneziani, Austriaci: ogni epoca ha lasciato una traccia, una parola, un muro, un sigillo, un nome.
Nel Medioevo Budua fu coinvolta nelle complesse vicende della costa dalmata e balcanica. Passò sotto influenze bizantine, sotto signorie locali, sotto poteri legati alla Doclea, alla Zeta, alla Serbia medievale e ad altre formazioni politiche dell’area. Attorno al 1200 divenne anche sede di una diocesi cattolica latina, elemento che conferma l’importanza religiosa e istituzionale della città nel quadro adriatico medievale.
Ma la vera svolta arrivò quando Budua entrò nell’orbita di Venezia.
E qui occorre usare una parola precisa: dedizione.
Nel linguaggio politico veneziano, la “dedizione” non era una semplice conquista militare. Era l’atto con cui una comunità, una città o un territorio si poneva sotto la protezione della Repubblica di Venezia, riconoscendone la sovranità in cambio di tutela, privilegi, continuità istituzionale e sicurezza. Naturalmente non bisogna idealizzare: la Serenissima perseguiva i propri interessi strategici, commerciali e militari. Ma la dedizione, nella sua forma giuridica e simbolica, era anche un patto.
Budua fece atto di dedizione a Venezia il 1º agosto 1422, secondo la ricostruzione riportata nei repertori sui reggimenti veneziani di Dalmazia. Alcune sintesi divulgative indicano invece il 1420 o il 1442 come data d’ingresso stabile nell’orbita veneziana; questa differenza dipende dalle fasi diverse del controllo veneziano, dalle vicende locali e dalla distinzione tra dedizione, effettivo consolidamento del dominio e piena organizzazione amministrativa.
Questa precisazione è importante, perché la storia non è una lapide immobile: è spesso una stratificazione di atti, passaggi, conferme, ritorni e assestamenti.
Budua non fu Venezia. Ma fu veneziana. E questa differenza è decisiva.
Non fu Venezia perché rimase città di frontiera, piccola, esposta, periferica rispetto alla capitale lagunare. Ma fu veneziana perché entrò nello Stato da Mar, quella rete di porti, isole, città fortificate e scali che consentiva alla Serenissima di controllare rotte, commerci e difesa marittima lungo l’Adriatico e il Levante. Budua faceva parte della cosiddetta Albania Veneta, espressione con cui si indicavano i domini veneziani nella fascia sud-orientale dell’Adriatico, tra le Bocche di Cattaro e le aree limitrofe.
Qui la pietra diventò politica.
Le mura di Budva, le porte, la cittadella, le difese rivolte verso terra e verso mare non erano solo architettura: erano il segno materiale di una scelta di civiltà adriatica. La città vecchia, posta su un piccolo promontorio roccioso, venne racchiusa e protetta da fortificazioni che ancora oggi danno al suo profilo quell’aspetto tipico delle città murate veneziane dell’Adriatico.
In una regione dove l’Impero Ottomano avanzava e dove le signorie balcaniche mutavano rapidamente alleanze, Venezia rappresentava per molte comunità costiere una garanzia di continuità marittima. Il Leone di San Marco non era soltanto un emblema religioso o politico: era il segno di una rete. Dietro quel Leone c’erano navi, magistrati, statuti, mercati, archivi, dazi, giurisdizioni, rettori, provveditori e soldati.
Budua, piccola ma preziosa, divenne uno di questi nodi.
𝐒𝐨𝐭𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐋𝐞𝐨𝐧𝐞: 𝐥𝐚 𝐁𝐮𝐝𝐮𝐚 𝐯𝐞𝐧𝐞𝐳𝐢𝐚𝐧𝐚
Per comprendere la Budua veneziana bisogna liberarsi da un’idea troppo moderna di “dominio”. Venezia non amministrava il suo Stato da Mar come uno Stato nazionale centralizzato. Governava attraverso reggimenti, rettori, provveditori, capitani, consigli locali, statuti e consuetudini. In molte città dalmate, la Repubblica cercò di mantenere una forma di equilibrio tra autorità veneziana e autonomie locali. Gli studi sullo Stato da Mar ricordano appunto che Venezia amministrava i suoi territori marittimi attraverso reggimenti affidati a rettori inviati dalla capitale.
A Budua, come in altre città della costa, il governo veneziano significò dunque presidio militare, ma anche ordinamento civile. Le sintesi storiche ricordano la presenza di un provveditore o rappresentante veneziano e di un consiglio cittadino modellato su istituzioni di tradizione veneziana.
Qui la Serenissima non portò soltanto soldati: portò una grammatica amministrativa.
Il centro urbano rimase piccolo, ma denso. Dentro le mura vi erano chiese, case, magazzini, cisterne, spazi pubblici, famiglie nobili e popolari, artigiani, uomini di mare, religiosi, funzionari. Fuori dalle mura iniziava un altro mondo: campagne, montagne, villaggi, percorsi terrestri più incerti, popolazioni di lingua e tradizione diversa.
Budua viveva dunque in una tensione continua: il mare la univa a Venezia, Cattaro, Ragusa, Spalato, Zara, Ancona; la terra la esponeva ai Balcani interni e al rischio militare.
Questa posizione spiega il valore della città.
Non era grande, ma era necessaria. Non era ricchissima, ma era strategica. Non dominava l’Adriatico, ma aiutava a cucirlo.
Nel XVI secolo, quando la pressione ottomana divenne sempre più forte, Budua fu coinvolta nelle grandi tensioni mediterranee. Le fonti ricordano anche una breve occupazione ottomana o corsara negli anni 1571-1573, nel contesto della guerra di Cipro e degli scontri tra Venezia e l’Impero Ottomano; dopo la pace del 1573 la città tornò nell’orbita veneziana.
Immaginiamo Budua in quegli anni.

Le mura sorvegliate. Il mare percorso da navi sospette. Le notizie che arrivano da Cipro, da Lepanto, da Cattaro, da Venezia. Le famiglie chiuse nelle case durante gli allarmi. I religiosi che pregano nelle chiese. I funzionari veneziani che scrivono relazioni. I mercanti che calcolano rischi e perdite. Gli abitanti che sanno di vivere in una città piccola, sì, ma collocata nel cuore di una partita enorme.
È questo che rende affascinante la storia di Budua: la sproporzione tra la dimensione della città e la grandezza della storia che la attraversa.
Budua veneziana fu anche città di lingua e cultura italiana adriatica. Le fonti divulgative e alcune tradizioni storiografiche ricordano che l’italiano e il veneto-dalmata ebbero un ruolo significativo nelle città costiere, e per Budua viene spesso richiamata la testimonianza di Luigi Paulucci, secondo cui all’inizio dell’Ottocento gran parte della popolazione parlava ancora il veneziano. Questa affermazione va trattata con cautela, perché riflette una fonte ottocentesca e un contesto plurilingue; tuttavia è coerente con il quadro culturale delle città venete dell’Adriatico orientale.
Nomi, atti notarili, lapidi, formulari amministrativi, corrispondenze e tradizioni familiari conservarono a lungo questa impronta.
Budua non era una colonia anonima. Era una città adriatica veneziana nella quale l’identità si componeva di più strati: locale, cattolica, slava, latina, veneziana, marittima. Il mondo veneziano non cancellava necessariamente tutto ciò che trovava; spesso lo inglobava, lo traduceva, lo disciplinava.
Per questo la parola “Serenissima” non va intesa solo come nostalgia. Per Budua, Venezia fu per quasi quattro secoli un orizzonte politico concreto. Dal 1422/1442 fino alla caduta della Repubblica nel 1797, la città rimase legata al Leone marciano.
Quando nel 1797 la Repubblica di Venezia cadde sotto i colpi della crisi europea e dell’avanzata napoleonica, per Budua si chiuse un’epoca lunghissima.
Ma le città non cambiano anima in un giorno.
Dopo Venezia arrivarono gli Asburgo, poi le guerre napoleoniche, poi ancora l’Austria, poi il Novecento con le sue fratture. Budva/Budua passò attraverso nuove sovranità: austriaca, francese per breve tempo, nuovamente austriaca, poi jugoslava e infine montenegrina. Le sintesi storiche ricordano il passaggio agli Asburgo dopo il 1797, la parentesi napoleonica e il ritorno all’Impero austriaco fino al 1918.
Tuttavia, la memoria veneziana non scomparve.
Rimase nelle mura. Rimase nelle pietre. Rimase in certe famiglie. Rimase nelle carte.
Ed è proprio qui che la storia generale incontra la storia umana.
Perché le città non sono fatte soltanto di trattati e battaglie. Sono fatte di cognomi che resistono, di farmacie che aprono ogni mattina, di lettere spedite da Zara, di fatture inviate da Spalato, di documenti assicurativi compilati ad Ancona nel mezzo della guerra, di sigilli imperiali apposti su carte ormai ingiallite.
La grande storia di Budua conduce inevitabilmente alle sue famiglie.
E tra queste, una in particolare merita oggi di essere raccontata: gli Antonioli.
𝐃𝐨𝐩𝐨 𝐕𝐞𝐧𝐞𝐳𝐢𝐚: 𝐦𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐚, 𝐟𝐚𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐞 𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐀𝐧𝐭𝐨𝐧𝐢𝐨𝐥𝐢
La caduta della Serenissima, nel 1797, non cancellò la venezianità dell’Adriatico orientale. La trasformò. A Budua, come in molte città dalmate e bocchesi, il nuovo potere austriaco trovò una società già formata, con famiglie abituate alla scrittura amministrativa, alla mediazione culturale, al commercio, alla vita civica. Gli Asburgo ereditarono un mondo che Venezia aveva contribuito a ordinare per secoli.
È proprio in questa lunga continuità che si colloca la memoria della famiglia Antonioli.
Secondo quanto riferito da Pietro Antonioli, la famiglia sarebbe arrivata a Budua nel Seicento. Se questa tradizione familiare sarà confermata dai documenti d’archivio, essa collocherebbe l’arrivo degli Antonioli nel cuore dell’età veneziana della città, quando Budua era ancora parte dello Stato da Mar della Serenissima e viveva sotto il Leone di San Marco. Non si tratterebbe dunque di una presenza nata dopo Venezia, ma di una famiglia inseritasi nella comunità cittadina quando Budua era pienamente veneziana.
È una distinzione fondamentale.
Perché una famiglia arrivata nel Seicento a Budua non appartiene soltanto alla storia post-veneziana della Dalmazia: appartiene, almeno per origine insediativa, alla storia viva della Budua marciana. Significa immaginare gli Antonioli dentro una città murata, affacciata sull’Adriatico, governata da magistrati veneziani, attraversata da mercanti, religiosi, funzionari, soldati, marinai, notai e famiglie che parlavano l’italiano, il veneto, le lingue slave locali e le molte parlate miste della costa.
Il Seicento fu un secolo decisivo per l’Adriatico veneziano. La Serenissima era ancora una potenza marittima, ma doveva difendere con tenacia i propri domini orientali. Le città dell’Albania Veneta, tra cui Budua, vivevano in una condizione di frontiera permanente: protette dal mare, esposte dalla terra, legate a Venezia ma costantemente in dialogo, e talvolta in tensione, con il retroterra balcanico e con la pressione ottomana. In questo mondo, ogni famiglia radicata in città diventava parte di una piccola comunità di resistenza civile: non necessariamente resistenza armata, ma resistenza quotidiana, fatta di lavoro, continuità, fede, lingua, documenti, relazioni e memoria.
Dopo la fine della Repubblica di Venezia, gli Antonioli non scompaiono dalle carte.
Un documento del 1829, datato Zara, ci mostra Leone Antonioli indicato come “Imperial Regio Alunno Pretorile” in Budua. Il linguaggio è ormai quello dell’amministrazione asburgica: “I.R.” significa Imperial Regio; il riferimento pretorile rimanda all’ambito giudiziario-amministrativo locale. Ma il fatto stesso che un Antonioli compaia all’interno della macchina burocratica austriaca della Dalmazia conferma il prestigio sociale e culturale della famiglia nella città.
È quasi un passaggio di consegne simbolico.
Sopra Budua non sventola più il Leone di San Marco, ma l’aquila imperiale. Tuttavia, i nomi, la lingua delle carte, le consuetudini civiche e la cultura amministrativa restano profondamente segnati dall’eredità veneziana. L’Impero austriaco non trova una terra senza memoria: trova una città che per secoli aveva vissuto dentro l’ordine politico, giuridico e marittimo della Serenissima.
Poi arriva il Novecento, e con esso la frattura.
Le guerre, i nazionalismi, i cambi di confine, la fine degli imperi e le tragedie dell’Adriatico orientale colpiscono duramente il mondo italodalmata. Molte famiglie italiane della Dalmazia scompaiono dalle città in cui avevano vissuto per generazioni. Alcune partono, alcune si assimilano, alcune si disperdono, alcune rimangono come ultime custodi di una memoria sempre più fragile.
Gli Antonioli restano legati a Budva anche attraverso una professione che ha un valore quasi simbolico: la farmacia.
La “Apoteka porodice Antonioli”, la farmacia della famiglia Antonioli, è stata oggetto nel 2024 di una mostra promossa dal Museo della città di Budva: “Budvanska riznica zdravlja – Apoteka porodice Antonioli”, cioè “Il tesoro della salute di Budva – La farmacia della famiglia Antonioli”. Questo riconoscimento pubblico è importantissimo, perché inserisce la vicenda degli Antonioli non soltanto nella memoria privata familiare, ma nel patrimonio storico cittadino.
Una farmacia, in una piccola città adriatica, non era soltanto un esercizio commerciale. Era un presidio di fiducia. Era il luogo in cui si curavano le febbri, si preparavano rimedi, si pesavano sostanze, si conservavano tinture, polveri, unguenti, registri, ricette. Era laboratorio, bottega, archivio, luogo di incontro e, in molti casi, presidio civile.
La farmacia Antonioli diventa così un ponte tra epoche.
Un ponte tra la Budua veneziana e la Budva moderna.
Tra il Seicento della tradizione familiare e il Novecento delle fatture commerciali.
Tra l’italiano delle carte e il montenegrino degli inviti museali.
Tra la memoria privata e il riconoscimento pubblico.
Tra la storia sanitaria e la storia identitaria.
I documenti novecenteschi confermano questa continuità.
Una distinta del 1943 proveniente da Spalato, intestata a “S. Varda – Deposito medicinali”, è indirizzata alla farmacia Antonioli di Budua/Budva. Vi compaiono medicinali, preparati chimici, tinture, bicarbonato, acido acetilsalicilico, carbone animale, prodotti galenici. È un frammento di vita quotidiana durante la Seconda guerra mondiale, ma anche una prova concreta dell’esistenza di una rete farmaceutica adriatica che collegava Spalato, Budua e altri centri della costa.
Un altro documento, datato Ancona, 4 novembre 1942, riguarda l’assicurazione di otto casse di medicinali, con esplicito riferimento al “rischio di guerra”. Compare la compagnia “Fiume S.A. di Assicurazioni e Riassicurazioni” e si parla di trasporti via ferrovia o autocarro. Qui la storia si fa quasi cinematografica: casse di medicinali che attraversano un Adriatico in guerra, compagnie assicurative che calcolano il rischio, farmacie che tentano di continuare il proprio servizio mentre l’Europa brucia.
Ma non c’è bisogno di inventare nulla. Basta leggere le carte.
Ancona. Fiume. Spalato. Budua.
Quattro nomi che compongono una geografia dell’Adriatico italiano, dalmata e veneziano ancora viva nel pieno del Novecento.
E poi c’è il nome: Antonioli.
Se la tradizione riferita da Pietro Antonioli sull’arrivo nel Seicento verrà confermata, allora la famiglia Antonioli non sarà soltanto una famiglia italodalmata sopravvissuta alla fine di Venezia: sarà una famiglia entrata nella storia di Budua quando Budua era ancora veneziana. Una presenza che avrebbe attraversato la Serenissima, l’Austria, il Novecento e la Budva contemporanea, custodendo in sé una continuità rara, quasi miracolosa.
Per questo, quando parleremo dei veneziani di Budva, degli ultimi discendenti di quel mondo, la famiglia Antonioli assumerà un significato che supera la genealogia privata. Diventerà una chiave d’accesso a una storia più grande: la storia delle famiglie veneziane e italodalmate rimaste sulla costa orientale dell’Adriatico dopo la fine della Repubblica, dopo l’Austria, dopo le guerre, dopo l’esodo, dopo il silenzio.
Budva merita di essere raccontata non come semplice località turistica, ma come città di memoria.
Le sue mura non sono soltanto belle. Sono documenti di pietra.
Le sue strade non sono soltanto pittoresche. Sono percorsi di civiltà.
I suoi nomi italiani non sono soltanto residui romantici. Sono tracce di una storia reale, fatta di istituzioni, dedizioni, famiglie, commerci, farmacie, archivi, fedeltà e sopravvivenze.
Nei prossimi articoli e nei prossimi podcast approfondiremo proprio questa vicenda: i veneziani di Budva, la lunga fedeltà della città alla Serenissima, le famiglie italodalmate, le carte conservate, le voci rimaste e quelle scomparse.
E al centro di questo percorso ci sarà l’ultima famiglia rimasta a custodire, con il proprio nome e con la propria memoria, un frammento vivo della Budua veneziana: la famiglia Antonioli.






