Le due Biennali di Venezia: tra polemiche globali e rinascita culturale

È cominciata la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, una delle più controverse del secolo, preceduta da un pletorico intreccio di politica e sovra informazione che si temeva potesse delegittimarne lo spirito; ma lungi dall’essere falsata dagli antagonismi, la Mostra si è presentata con una line-up di altissimo livello.

A dispetto delle polemiche che hanno accompagnato la preparazione dell’evento, anche quest’anno Venezia ha dato prova della sua straordinaria resilienza. Nonostante la pioggia battente, migliaia di persone hanno partecipato all’apertura dei Padiglioni Nazionali ai Giardini, mentre altrettante hanno formato code viste raramente per accedere a quelli delle Corderie.

Chi si aspettava grandi contestazioni è rimasto deluso, a parte una protesta circoscritta delle Pussy Riot e delle Femen, rimasta sullo sfondo, l’unico elemento di disturbo alle inaugurazioni è stato il maltempo. Il Padiglione russo ha accolto senza tensioni un pubblico contenuto intervenuto per una performance che, come annunciato, non presentava alcun riferimento politico. Chiuso il padiglione israeliano, ritirato quello iraniano; colpisce invece il tono insolitamente sobrio del padiglione statunitense, già al centro di malumori durante la fase di assegnazione segnata da ingerenze trumpiane.

In apertura, il presidente Pietrangelo Buttafuoco ha sottolineato come «l’arte abbia una potenza ancora maggiore di ogni prepotenza», ma al di là della retorica le polemiche sono state travolte dalla sempre crescente partecipazione degli artisti, soprattutto nell’ambito degli eventi collaterali.

Si potrebbe parlare di due Biennali di Venezia: una in minor keys, confinata entro i recinti istituzionali e sottoposta al consueto tribunale delle critiche globali; l’altra in major keys, diffusa nei palazzi, nelle fondazioni private e negli eventi che ormai dettano il ritmo mondano e culturale della città. È la Biennale di Miuccia Prada, di Nicolas Berggruen e di François Pinault, con le loro sedi veneziane trasformate in veri centri gravitazionali del contemporaneo.

Un trend in costante crescita, alimentato da nuove adesioni di altissimo profilo. Dries Van Noten trasforma Palazzo Pisani Moretta in un nuovo polo dell’haute couture; Anish Kapoor riapre la propria fondazione a Palazzo Manfrin; mentre Dale Chihuly, artista da record e protagonista assoluto della scena del vetro contemporaneo, torna a Venezia dopo trent’anni con la monumentale Golden Tower a Palazzo Franchetti e una personale presso l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti in Campo Santo Stefano.

Come una pioggia nel deserto, la Biennale fa rifiorire Venezia intera, disseminando venue temporanee nei luoghi più improbabili così come negli spazi simbolici della tradizione cittadina. Torna Jan Fabre con tre grandi sculture in bronzo alla Scuola Grande di San Rocco; Adriano Berengo, storico paladino del vetro muranese, porta Tony Cragg sul Canal Grande a Ca’ Tron. Uno dei più influenti curatori del contemporaneo, Hans Ulrich Obrist, cura invece il Padiglione della Santa Sede nel Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi con ospiti come Patti Smith e Brian Eno, seguendo parallelamente anche l’apertura della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo nella sperduta isola di San Giacomo in Paludo.

In un panorama internazionale segnato dall’instabilità, gli antichi palazzi della Serenissima sembrano continuare a proiettare un’immagine di solidità e prestigio, facendo di Venezia un approdo culturale ancora stabile e autorevole.

Un’occasione unica per passeggiare nella fitta costellazione di padiglioni ufficiali e indipendenti che punteggiano calli e campielli fino alle aree più remote della città, come quelli di Scotland e Iceland a San Pietro di Castello. Un arcipelago di mostre ad ingresso libero, dove convivono progetti istituzionali e iniziative private di alto livello.

Tra queste spicca la grande monografica di Su Xiaobai a Palazzo Van Axel, mentre l’European Cultural Centre dispiega il suo vasto panorama internazionale con 175 partecipanti distribuiti tra Palazzo Bembo, i Giardini della Marinaressa e Palazzo Mora. Ed è proprio nel salone principale di quest’ultimo che trova spazio la partecipazione della Palestina, l’unico padiglione dove abbiamo visto i visitatori con le lacrime agli occhi.

Un caleidoscopico evento culturale presente su tutte le testata d’arte, cronaca e cultura, che val bene la pena d’essere vissuto di persona forse più per confrontarsi con sè stessi che non per elargire voti o giudizi.

© Testi e fotografie di Elisabetta Manca e Andrea Peggioroni

 

 

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