Una mostra veneziana che ha scelto la via più difficile: guardare ciò che di solito resta nascosto
Tra il 5 dicembre 2025 e il 19 aprile 2026, il Museo di Palazzo Mocenigo a Venezia ha ospitato la mostra “Il kimono maschile. Trame di vita, racconti di stile”, curata da Lydia Manavello e Silvia Vesco, in collaborazione con il Museo d’Arte Orientale di Venezia.
Il luogo prescelto per la mostra ha una sua ragion d’essere. Palazzo Mocenigo non è un contenitore casuale, ma il Museo del Tessuto e del Costume con i percorsi dedicati al Profumo, dotato anche di un Centro Studi di Storia del Tessuto, del Costume e del Profumo. Per questo la scelta di ospitare una mostra sul kimono maschile ha avuto una coerenza museologica forte: non si è trattato di collocare un tema giapponese in un palazzo veneziano per puro effetto suggestivo, ma di inserirlo in un’istituzione che studia e valorizza da vicino la cultura dell’abito, della manifattura e della rappresentazione sociale attraverso il tessile.
La mostra ha avuto inoltre un impianto scientifico molto chiaro. Il progetto è nato dalla collaborazione tra Chiara Squarcina, figura di riferimento scientifico della Fondazione Musei Civici di Venezia e responsabile di Palazzo Mocenigo – Centro Studi di Storia del Tessuto e del
Costume; Silvia Vesco, docente di Storia dell’arte giapponese presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia; Lydia Manavello, che ha messo a disposizione i kimono della propria collezione; e Marta Boscolo Marchi, direttrice del Museo d’Arte Orientale di Venezia, che ha selezionato le opere del museo statale da porre in dialogo con gli abiti scelti. È un dato importante, perché mostra che l’esposizione non si è basata su una sola raccolta o su un unico sguardo, ma su una convergenza fra collezionismo, università, museo civico e museo statale.
La mostra non ha raccontato un Giappone vago, generico, da cartolina, ma ha affrontato un tema preciso e poco frequentato, il kimono maschile del primo Novecento, con una struttura di lavoro solida. Ed è proprio qui che stava la sua originalità. In Occidente il kimono viene raccontato quasi sempre al femminile; il maschile resta sullo sfondo, come se fosse una variante più povera, più severa, quasi secondaria. La mostra veneziana ha dimostrato il contrario, e lo ha fatto non con un’affermazione astratta, ma con gli oggetti stessi.
Sobrio fuori, sorprendente dentro: il vero linguaggio del kimono maschile
Ciò che colpisce quasi subito è che nei kimono maschili del primo Novecento la decorazione costituisce una narrazione intensa capace di offrire informazioni preziose sull’arte, sulla storia e sulla vita giapponesi. Le vesti maschili d’uso quotidiano risultano assai interessanti nella loro parte interna, dove custodiscono un universo normalmente celato alla vista e accessibile soprattutto nel contesto privato. Le decorazioni possono rimandare alla letteratura, all’arte della guerra, al mondo naturale e a quello filosofico-religioso; a ciò si aggiungono illustrazioni legate allo sport, all’attualità e alle novità tecnologiche, che celebrano la modernità e instaurano un rapporto inatteso con il mondo occidentale.
È giusto evidenziare e insistere su un punto: la mostra non ha proposto il kimono maschile come abito cerimoniale astratto, ma come forma concreta di cultura visiva. Non è un dettaglio da poco. Significa che l’abito viene trattato come un documento storico. Dentro la fodera, nei pannelli interni, nei motivi figurativi non esposti frontalmente, passa un intero sistema di riferimenti. Non si tratta quindi soltanto di eleganza o di artigianato, ma di una grammatica del gusto che comunica appartenenza culturale, memoria, sensibilità estetica e persino rapporto con il presente.
Su questo punto il quadro veneziano trova riscontro anche in una fonte museale internazionale autorevole. Una scheda del Metropolitan Museum of Art dedicata a un haori maschile formale giapponese del primo Novecento documenta appunto l’esistenza di giacche maschili in seta dipinta e decorata, confermando che questo tipo di abbigliamento apparteneva pienamente alla cultura materiale giapponese dell’epoca. La fonte del Met, da sola, non basta ovviamente a descrivere l’intera fenomenologia del kimono maschile, ma è utile come confronto perché corrobora la centralità dell’haori (羽織), cioè della giacca indossata sopra il kimono, nel sistema dell’eleganza maschile giapponese.
Qui sta anche la forza narrativa della mostra. Per un visitatore europeo, abituato a pensare l’eleganza come qualcosa che si offre immediatamente allo sguardo, l’idea di un abito che custodisce il meglio di sé all’interno è quasi una piccola rivelazione. Eppure proprio questo tratto ha permesso alla mostra di sottrarsi a ogni orientalismo facile. Il Giappone messo in scena a Palazzo Mocenigo non è stato quello dell’ornamento gridato, ma quello della misura, della discrezione, della bellezza che si concede solo a chi sa guardare davvero.
Nove sezioni, prestiti del Museo d’Arte Orientale di Venezia e una base museale molto solida
Il percorso espositivo si è articolato in nove sezioni tematiche, corredate dai prestiti del Museo d’Arte Orientale di Venezia, da un ampio settore dedicato alle tecniche decorative e tessili e da proposte didattiche formulate ad hoc. In quest’ottica la mostra non è stata soltanto una presentazione di kimono scelti per la loro bellezza, ma un progetto che ha messo insieme oggetti, apparati interpretativi e strumenti di mediazione culturale per un pubblico insieme specialistico e non specialistico.
Il contributo del Museo d’Arte Orientale di Venezia, istituzione statale che conserva una raccolta di eccezionale importanza è da ritenersi fondamentale. È sufficiente ricordare che il museo veneziano nasce dalla grande collezione asiatica del principe Enrico di Borbone, conte di Bardi, raccolta fra il 1887 e il 1889, e che costituisce una delle maggiori raccolte europee di arte giapponese del periodo Edo. Più nello specifico, la sezione “Tessuti e abiti” del Museo d’Arte Orientale comprende oltre 900 pezzi ed è una delle più importanti per qualità dei materiali; inoltre le opere tessili vengono esposte a rotazione per motivi conservativi.
Questo consente di comprendere meglio la qualità del dialogo tra diverse realtà costruito a Palazzo Mocenigo. Non si è trattato di un rapporto superficiale fra istituzioni veneziane, ma dell’incontro fra un museo dedicato alla storia del tessuto e del costume e un museo che custodisce una raccolta orientale di primissimo livello, nella quale il patrimonio tessile ha un peso reale. Anche le limitazioni alla fotografia di alcuni capi in mostra acquistano così un significato più preciso: non una scelta arbitraria, ma un segnale di attenzione alla fragilità dei materiali e alla necessità di proteggerli.
La mostra ha avuto sostanzialmente un profilo insieme divulgativo e scientifico con una accentuata rilevanza storica, antropologica e artistica.
Il Giappone del primo Novecento: identità, modernità e rappresentazione di sé
Un altro punto di notevole interesse è dato dalla cronologia dei capi selezionati. I kimono presentati per l’occasione appartenevano alla prima metà del Novecento, nel quadro della modernizzazione avviata in epoca Meiji e sviluppata tra Taishō e primo Shōwa, definita come un periodo cruciale della storia giapponese, nel quale il paese promosse nel mondo una nuova immagine di sé, riaffermò con forza la propria identità e assunse un ruolo decisivo nello scenario geopolitico internazionale del tempo.
Il kimono maschile, dunque, non è stato presentato come un sopravvissuto immobile di epoche remote. Al contrario, la mostra lo ha letto come un oggetto perfettamente immerso nella trasformazione del suo tempo. Le decorazioni connesse allo sport, all’attualità e alle novità tecnologiche indicano che il sistema figurativo di questi abiti registrava la modernizzazione giapponese e la traduceva in linguaggio visivo. È un punto decisivo, perché corregge uno dei cliché più persistenti sull’abbigliamento tradizionale giapponese: quello di essere fuori dal tempo. A Venezia, invece, il kimono maschile è emerso come luogo di mediazione fra tradizione e contemporaneità.
È proprio qui che la mostra ha assunto un valore più ampio. Attraverso un abito apparentemente severo, ha raccontato un Giappone che non rinnega il proprio passato, ma lo rielabora mentre entra nella modernità. E questo racconto, in una città come Venezia, ha assunto un tono particolarmente efficace. Venezia conosce da secoli il linguaggio dei tessuti, dei commerci, delle superfici preziose e dei codici dell’apparenza; ma conosce anche il valore di ciò che sta dietro la facciata, dietro la scena, dietro l’apparato. In questo senso il kimono maschile, con il suo splendore nascosto, ha trovato a Palazzo Mocenigo un interlocutore ideale.
Conclusioni
Ad una verifica rigorosa, questa mostra è stata importante per tre ragioni. La prima: ha corretto uno sguardo occidentale spesso troppo sbilanciato sul kimono femminile. La seconda: ha mostrato che il kimono maschile del primo Novecento non era affatto un abito “minore”, ma un documento complesso di storia culturale. La terza: ha unito in modo convincente museo civico, museo statale, collezione privata e competenza universitaria.
Dal punto di vista narrativo, ciò che resta è l’idea di un’eleganza che non ha bisogno di imporsi. Un’eleganza trattenuta, interna, quasi segreta. E forse proprio per questo memorabile. Perché in quei tessuti il visitatore non ha incontrato soltanto degli abiti belli, ma un modo di stare al mondo: misurato, colto, allusivo, capace di custodire la propria ricchezza senza esibirla.
Glossario
Haori (羽織): giacca tradizionale giapponese indossata sopra il kimono.
Kimono (着物): termine che indica genericamente ‘ciò che si indossa’, poi specializzatosi nell’abito tradizionale.
Tessili a rotazione: modalità espositiva usata per materiali delicati, mostrati solo per periodi limitati per ragioni conservative.
Articolo a cura della Redazione
Servizio fotografico: Gilda Barbarisi e Margherita Ornella

















