Pietro Querini oltre il limite del mondo

Naufragio, sopravvivenza e memoria di un mercante veneziano nell’Europa del Quattrocento

Nel gennaio del 1432 sedici uomini stremati raggiunsero un isolotto disabitato dell’arcipelago delle Lofoten, oltre il Circolo polare artico. Erano ciò che rimaneva dell’equipaggio di una grande nave mercantile salpata da Creta più di otto mesi prima. Avevano perduto il carico, la nave, quasi tutti i compagni e perfino la certezza della propria posizione. Tra loro si trovava Pietro Querini, patrizio veneziano e mercante, destinato a lasciare una delle testimonianze di viaggio più straordinarie del tardo Medioevo.

Sebbene la storiografia e il computo moderno collochino questi fatti all’inizio del 1432, per il diritto e la burocrazia della Repubblica di Venezia lo sbarco avvenne negli ultimi mesi del 1431. Lo Stato marciano utilizzava infatti il calendario More Veneto (secondo l’uso veneziano), che faceva iniziare l’anno nuovo il 1° marzo. Nei documenti d’archivio coevi e nella mente dello stesso Querini, l’anno 1432 sarebbe cominciato soltanto due mesi più tardi.

La sua vicenda è realmente documentata, ma nei secoli è stata circondata da semplificazioni, leggende gastronomiche e affermazioni difficili da dimostrare. Querini non “scoprì” lo stoccafisso, già conosciuto e commerciato nell’Europa settentrionale da secoli; non sappiamo se ne avviò personalmente l’importazione a Venezia; non esistono prove che il baccalà alla vicentina discenda direttamente dal suo naufragio. Ciò che rimane, liberato dalle incrostazioni celebrative, è forse ancora più affascinante: l’incontro documentato fra un mercante mediterraneo e una comunità di pescatori dell’estremo Nord, sullo sfondo di un’Europa medievale assai più interconnessa di quanto comunemente si immagini.

I. Da Creta alle porte dell’Atlantico: l’ultimo viaggio della Querina

Della nascita e della giovinezza di Pietro Querini conosciamo molto meno di quanto lascino intendere alcune biografie divulgative. Non sono documentati con certezza né l’anno né il luogo della sua nascita. Apparteneva a uno dei rami della vasta famiglia patrizia dei Querini e, in quanto membro dell’aristocrazia veneziana, aveva accesso al Maggior Consiglio. La sua identità sociale non era però separabile dall’attività commerciale. Nella Venezia del Quattrocento il patriziato continuava a investire capitali nelle grandi rotte marittime, combinando partecipazione politica, proprietà fondiaria, traffici e amministrazione dei possedimenti d’oltremare.

Querini aveva interessi nel Regno di Candia, come Venezia chiamava il proprio dominio cretese, e risulta titolare di feudi nelle località indicate dalle fonti come Castel di Temini o Temisi e Dafnes. Creta occupava una posizione essenziale nella rete economica veneziana: produceva vino, olio, uva passa, cereali, cotone e altri beni destinati ai mercati occidentali. In particolare, il vino commercializzato sotto il nome di Malvasia costituiva una merce ricercata lungo le rotte che collegavano il Mediterraneo orientale alle Fiandre e all’Inghilterra.

Nelle fonti veneziane Castel di Temini è solitamente identificato con Temene (l’attuale Temenos, vicino a Candia/Heraklion), area rinomata proprio per la produzione vitivinicola.

Il 25 aprile 1431 Querini partì da Creta su una grande cocca di sua proprietà, chiamata nelle testimonianze Querina e soltanto in tradizioni moderne Gemma Querina. Il secondo nome, frequentemente ripetuto, non appare garantito dalle principali redazioni quattrocentesche del viaggio; per rigore è dunque preferibile attenersi alla forma Querina. La nave trasportava un carico composito, comprendente vino di Malvasia, olio, uva passa, cotone e altre merci mediterranee. La destinazione era la Fiandra, con ogni probabilità l’area commerciale gravitante su Bruges, uno dei maggiori centri finanziari e mercantili dell’Europa settentrionale.

Le fonti parlano di 68 uomini imbarcati, appartenenti a provenienze diverse. Non si trattava, quindi, di una spedizione esplorativa. Querini non cercava nuove terre né tentava di aprire una rotta sconosciuta: compiva un’operazione commerciale inserita in collegamenti già consolidati tra il Mediterraneo e l’Atlantico. La singolarità della sua esperienza nacque dal fallimento della navigazione, non da un progetto di scoperta.

Il viaggio fu difficile fin dalle prime settimane. Dopo l’uscita dal Mediterraneo la nave dovette affrontare avarie, soste e riparazioni. Le due relazioni superstiti — quella attribuita a Querini e quella basata sulle deposizioni di Cristoforo Fioravante e Nicolò di Michiel — non coincidono sempre nei particolari. Le divergenze non sono insolite: i testi ci sono pervenuti attraverso copie e rielaborazioni, mentre l’edizione pubblicata da Giovan Battista Ramusio nel 1559 presenta modifiche rispetto ai manoscritti conservati. È pertanto prudente non pretendere di ricostruire ogni tappa con una precisione che la documentazione non consente.

È tuttavia certo che la Querina, dopo essere risalita lungo la costa atlantica, raggiunse le acque presso Capo Finisterre, all’estremità nord-occidentale della penisola iberica. Nell’autunno del 1431 le condizioni meteorologiche peggiorarono drasticamente. Tempeste persistenti impedirono alla nave di mantenere la rotta verso la Manica. Il timone subì danni irreparabili; i dispositivi di governo costruiti dall’equipaggio come soluzione d’emergenza furono strappati dal mare; le vele vennero progressivamente lacerate e la nave cominciò a imbarcare acqua.

L’equipaggio tentò di alleggerire lo scafo. Parte del carico fu sacrificata e infine vennero abbattuti l’albero e le attrezzature superiori. Privata dei mezzi di governo e di propulsione, la Querina rimase in balìa delle correnti e dei venti dell’Atlantico settentrionale. Gli uomini pensavano di trovarsi a occidente dell’Irlanda; erano invece stati trascinati assai più a nord, probabilmente nell’area compresa fra le Fær Øer e le Shetland.

Il 17 dicembre si decise di abbandonare la nave. I superstiti si divisero fra due imbarcazioni: una barca maggiore, sulla quale salì Querini, e uno scafo più piccolo. Le cifre tramandate variano in alcune redazioni e nella storiografia successiva, ma la versione più comunemente accolta assegna 47 uomini alla prima imbarcazione e 21 alla seconda. Durante la notte le due barche si separarono. Del gruppo imbarcato sullo scafo minore non si ebbe più notizia. Nessun documento consente di stabilire se affondò immediatamente o se alcuni uomini sopravvissero per un certo tempo.

Nella barca maggiore iniziò una deriva di quasi tre settimane. Le provviste erano insufficienti, l’acqua potabile scarsissima e l’esposizione al freddo continua. Gli uomini morirono progressivamente per disidratazione, fame, ipotermia e cedimento fisico. I resoconti insistono sulla disciplina delle razioni, sulle decisioni collettive e sulla dimensione religiosa con cui i sopravvissuti interpretarono la prova. Non sono elementi da liquidare come semplici formule letterarie: nell’orizzonte mentale del Quattrocento il naufragio poteva essere compreso come castigo, purificazione e manifestazione della Provvidenza.

Il 6 gennaio 1432 sedici uomini raggiunsero finalmente Sandøya — la “Santi” o “Santiya” delle redazioni italiane — nelle Lofoten meridionali. Non avevano trovato la salvezza, ma soltanto una terra disabitata coperta di neve.

II. Cento giorni a Røst: sopravvivere oltre il Circolo polare

Lo sbarco non pose fine alla tragedia. Durante la notte l’imbarcazione venne sbattuta contro gli scogli e il mattino seguente risultò perduta. I superstiti rimasero isolati su un terreno povero di vegetazione, in pieno inverno artico. Le fonti descrivono la ricerca di molluschi e altri alimenti lungo la costa, il recupero di materiali portati dal mare e la costruzione di ripari rudimentali. Anche in questa fase alcuni uomini morirono.

Il 3 febbraio i superstiti furono individuati da pescatori provenienti da Røst, comunità insulare situata a diverse miglia da Sandøya. Furono trasferiti nelle abitazioni degli isolani e distribuiti fra varie famiglie. L’accoglienza ricevuta costituisce uno dei nuclei più rilevanti di entrambe le testimonianze: Querini e i suoi compagni descrivono una popolazione ospitale, devota e dotata di costumi morali che essi giudicarono esemplari.

Queste pagine non devono essere lette come una registrazione etnografica neutrale nel senso moderno. Lo sguardo appartiene a uomini del Mediterraneo cristiano e mercantile, abituati a interpretare le società straniere attraverso categorie religiose, sociali e morali proprie. Inoltre, la benevolenza degli abitanti aveva salvato loro la vita e non poteva non condizionare il giudizio. Ciò non rende la testimonianza falsa: invita piuttosto a distinguere i dati osservati dalla loro interpretazione.

Røst apparve ai veneziani come una comunità priva delle marcate differenze economiche e dei conflitti urbani che conoscevano in patria. Gli abitanti vivevano soprattutto di pesca, allevamento e scambi stagionali. Le case erano adeguate al clima; le risorse agricole risultavano limitate; il pesce costituiva il fondamento dell’economia. Querini osservò anche l’abbigliamento, l’igiene, le pratiche religiose, i rapporti fra uomini e donne e le forme di ospitalità. Alcune sue considerazioni riflettono stupore e talvolta incomprensione, ma non costruiscono l’estremo Nord come un mondo di esseri mostruosi, secondo immagini ancora presenti in una parte della tradizione geografica medievale.

Il mercante veneziano si trovava in una regione periferica soltanto dal punto di vista mediterraneo. Røst era infatti integrata in un sistema commerciale di ampia portata. Durante la stagione favorevole, il pesce essiccato prodotto nelle Lofoten veniva trasportato a Bergen, dove mercanti norvegesi e operatori collegati alla Lega anseatica lo immettevano nei circuiti europei. La comunità che accolse Querini non viveva dunque fuori dalla storia: partecipava a una rete che univa l’Artico, il Mare del Nord e i mercati continentali.

Il prodotto che maggiormente colpì i veneziani era il merluzzo essiccato all’aperto. Il clima delle Lofoten permetteva di conservare il pesce senza salatura, sfruttando il freddo, il vento e una ventilazione costante. Nelle versioni italiane compare la forma stocfisi, derivata dal germanico e nordico stockfish o stokkfisk, letteralmente “pesce da stocco” o “pesce essiccato su strutture lignee”. Querini spiegò che il prodotto, una volta seccato, diveniva duro come il legno e doveva essere battuto prima della preparazione.

Qui nasce la più celebre leggenda collegata al viaggio. Secondo una narrazione ancora molto diffusa, Querini avrebbe “scoperto” lo stoccafisso, ne avrebbe portato grandi quantità a Venezia e avrebbe dato origine al suo commercio italiano, dal quale sarebbe poi derivato il baccalà alla vicentina. La documentazione consente affermazioni molto più circoscritte.

È certo che Querini conobbe e descrisse lo stoccafisso a Røst. È verosimile che durante il viaggio di ritorno ne abbia trasportata una piccola quantità, ricevuta come alimento o dono. Non esistono però prove che, tornato a Venezia, abbia organizzato personalmente una nuova rete d’importazione. Soprattutto, lo stoccafisso non era un prodotto sconosciuto all’Europa prima del 1432. Il commercio del pesce essiccato norvegese aveva origini medievali assai anteriori e Bergen ne era già uno snodo fondamentale. Le ricerche archeologiche e archeozoologiche hanno inoltre mostrato che merluzzo proveniente dalle acque artiche circolava verso il continente europeo già molti secoli prima del viaggio veneziano.

Anche il collegamento diretto con la cucina vicentina appartiene alla memoria gastronomica, non alla documentazione contemporanea. Le ricette oggi identificate come baccalà alla vicentina sono il risultato di una storia culinaria lunga e non possono essere attribuite personalmente a Querini. Va inoltre ricordato che in Veneto, diversamente dall’uso italiano più generale, la parola baccalà indica tradizionalmente lo stoccafisso, cioè merluzzo essiccato senza sale, mentre il baccalà propriamente detto è merluzzo conservato sotto sale.

L’importanza storica del soggiorno a Røst non consiste dunque in una pretesa invenzione gastronomica. Risiede nella qualità della testimonianza: un osservatore veneziano descrisse dettagliatamente una società artica, ne comprese il rapporto con il mare e ne riconobbe la dignità morale. Nel planisfero di fra Mauro, realizzato a Venezia intorno alla metà del Quattrocento, il naufragio di Querini sarebbe stato ricordato nel quadro delle nuove informazioni sulle regioni settentrionali. Non sappiamo attraverso quali passaggi precisi il racconto giungesse al cartografo, ma la menzione dimostra che l’esperienza aveva ormai acquisito un valore geografico oltre che personale.

Querini e i suoi compagni rimasero a Røst per circa tre mesi e undici giorni. Il 14 maggio 1432 lasciarono l’isola insieme ai pescatori diretti verso sud. Dei 68 uomini partiti da Creta, soltanto undici avrebbero infine fatto ritorno a Venezia.

III. Il ritorno, le due memorie e la costruzione della leggenda

La via del ritorno fu lunga e frammentata. I superstiti raggiunsero dapprima Trondheim, centro religioso legato al culto di sant’Olav, dove visitarono il santuario e furono accolti dalle autorità ecclesiastiche. Proseguirono poi attraverso la Scandinavia, incontrando comunità che le relazioni descrivono come generose nei loro confronti. Dopo un viaggio di cinquantatré giorni verso oriente giunsero a Vadstena, nell’Östergötland, sede del monastero fondato da santa Brigida di Svezia.

La presenza di Vadstena nell’itinerario non è casuale. Il culto di santa Brigida e la rete dei monasteri brigidini collegavano la Scandinavia a Roma e al resto dell’Europa cristiana. Querini e i suoi uomini non attraversavano uno spazio privo di riferimenti: santuari, istituzioni ecclesiastiche, mercati e comunità di mercanti offrivano una trama entro la quale forestieri e naufraghi potevano essere identificati, assistiti e trasferiti.

Presso Vadstena incontrarono un personaggio chiamato nelle fonti “messer Zuan Franco”, veneziano o comunque legato a Venezia e inserito nell’ambiente politico svedese. La sua identificazione non è del tutto sicura e le grafie tramandate non consentono conclusioni definitive. Fu però grazie a questa rete di protezione che il gruppo poté proseguire verso Lödöse, importante porto fluviale sul Göta älv.

La storiografia più recente tende a identificare Zuan Franco in Giovanni Franco (noto in Svezia come Jöns Bengtsson o collegato alla figura di Peder van Kyren, italianizzato), un nobile di origine tedesca o dalmata che aveva forti legami con il re Eric di Pomerania e che agiva come vicario o governatore.

A quel punto i superstiti si separarono. Cristoforo Fioravante, Nicolò di Michiel e un terzo compagno si imbarcarono su una nave diretta a Rostock; raggiunsero Venezia il 12 ottobre 1432. Querini e altri sette uomini partirono invece verso l’Inghilterra, sbarcando a King’s Lynn. Il patrizio veneziano soggiornò presso connazionali, passando per Cambridge e Londra. Attraversò poi l’Europa continentale, seguendo un percorso attraverso regioni tedesche e svizzere. Rientrò a Venezia soltanto nel gennaio 1433, dopo circa ventuno mesi di assenza.

Dal viaggio nacquero due nuclei documentari distinti. Il primo è la relazione attribuita allo stesso Querini e indirizzata al Senato veneziano. Il secondo deriva dalle testimonianze di Cristoforo Fioravante e Nicolò di Michiel, raccolte nel 1433 dal fiorentino Antonio di Matteo di Corrado de’ Cardini. L’originale compilato da Cardini non è stato ritrovato; ne sopravvive una copia eseguita da Antonio Vitturi nel 1480, conservata alla Biblioteca Nazionale Marciana. Della relazione queriniana si conoscono invece redazioni manoscritte nella Biblioteca Apostolica Vaticana e nella Marciana.

Le due memorie furono pubblicate insieme nel 1559 nel secondo volume delle Navigationi et viaggi di Giovan Battista Ramusio. L’edizione ramusiana rese celebre il naufragio, ma pone un problema filologico: differisce in vari punti dai manoscritti superstiti. Non è possibile stabilire con assoluta certezza se Ramusio disponesse di versioni oggi perdute, più vicine agli originali, oppure se intervenisse sui testi per renderli coerenti con il proprio progetto editoriale. La ricerca contemporanea mantiene dunque aperto il confronto fra tradizione manoscritta e redazione a stampa.

Anche l’idea che Querini scrivesse semplicemente per raccontare un’avventura richiede una precisazione. La relazione al Senato aveva una funzione istituzionale: il proprietario e comandante di una nave doveva spiegare la perdita del vascello, del carico e di numerose vite. Il testo possiede pertanto una dimensione apologetica. Querini insiste sulle avversità meteorologiche, sulle avarie, sui tentativi di salvare la nave e sulle decisioni assunte collegialmente. Il suo racconto non è un diario scritto giorno per giorno durante la deriva, ma una memoria composta successivamente, organizzata per rendere intelligibile e giustificabile la catastrofe.

La pluralità delle testimonianze permette tuttavia un controllo reciproco. Fioravante e di Michiel non si limitano a ripetere Querini: aggiungono particolari, propongono talvolta una differente scansione degli avvenimenti e restituiscono la prospettiva di membri dell’equipaggio. Le divergenze non autorizzano a dichiarare inattendibile l’intera vicenda; mostrano piuttosto il funzionamento della memoria dopo un’esperienza estrema.

Tornato in patria, Querini non scomparve dalla vita pubblica. L’8 ottobre 1438 fu eletto alle Rason Vecchie, magistratura competente soprattutto in materia di conti e interessi finanziari dello Stato. Il 29 settembre 1439 entrò nel Senato veneziano e vi risulta nuovamente presente negli anni successivi, compreso il 1446. Nel 1448 il suo nome compare ancora fra i senatori, accompagnato però nei registri dall’annotazione della morte. Non conosciamo con certezza il giorno né le circostanze del decesso.

Non è documentato che abbia guidato nuove imprese commerciali verso la Norvegia. Non risulta neppure provato che abbia ricostruito la propria fortuna grazie allo stoccafisso. Il silenzio delle fonti dopo il ritorno riguarda proprio gli aspetti sui quali la leggenda moderna ha costruito le affermazioni più spettacolari. Querini fu certamente un testimone dell’Artico; non può invece essere trasformato, senza prove, nel fondatore esclusivo dei rapporti commerciali fra le Lofoten e Venezia.

La sua memoria conobbe una nuova stagione fra Otto e Novecento, quando le relazioni vennero studiate, tradotte e inserite nella storia delle esplorazioni. Nel 1932, cinquecento anni dopo il naufragio, a Sandøya fu collocato un monumento commemorativo. In tempi più recenti itinerari culturali, pubblicazioni, iniziative gastronomiche e opere musicali hanno consolidato il legame simbolico fra Røst e Venezia.

Queste forme di memoria non sono necessariamente deformazioni: diventano problematiche soltanto quando sostituiscono la storia documentata. Il vero “mistero” di Querini non consiste in tesori scomparsi, rotte segrete o scoperte occultate. Rimangono questioni concrete: non conosciamo il destino della seconda imbarcazione; non sappiamo dove affondò la Querina; ignoriamo se il relitto sia sopravvissuto; non possediamo gli originali delle relazioni; non possiamo misurare con precisione l’influenza commerciale esercitata dal racconto.

Lo stato attuale delle conoscenze permette quindi una conclusione sobria. Pietro Querini non fu un esploratore nel significato intenzionale del termine, ma un mercante trascinato fuori rotta da una catastrofe. Proprio per questo la sua testimonianza è eccezionale. Il viaggio mostra un’Europa quattrocentesca percorsa da merci, pellegrini, informazioni e uomini: Creta comunicava con le Fiandre, le Lofoten con Bergen, Vadstena con Roma, King’s Lynn con Venezia. Il naufragio spezzò una spedizione commerciale, ma rese visibile quella rete. Nel racconto di Querini, il limite settentrionale del mondo cessava di essere uno spazio astratto sulle carte e acquistava case, volti, attività economiche e forme di solidarietà.

La leggenda gli attribuì la conquista gastronomica dello stoccafisso. La storia gli riconosce qualcosa di più importante: avere lasciato la memoria di un incontro fra due estremità dell’Europa.

Postilla dell’autore

A seguito della pubblicazione dell’articolo, desidero ringraziare il dott. Paolo Francis Quirini, discendente di Pietro Querini, per il prezioso contributo e per le puntuali osservazioni fondate sulle fonti originali e sulla documentazione di famiglia.

In particolare, è opportuno precisare che definire Pietro Querini semplicemente un mercante costituisce una semplificazione ormai consolidata nella divulgazione, ma non del tutto aderente alla realtà storica. Nella sua stessa relazione del viaggio, Pietro scrive infatti di essersi «intromesso de patronizar una nave per lo viazo in Fiandra», espressione che indica come egli avesse assunto il ruolo di patrizio armatore e promotore della spedizione commerciale, più che quello di mercante di professione. Analoga conferma emerge dalla relazione dei compagni di viaggio Nicolò di Michiel e Cristofalo Fioravante, che lo descrivono come un gentiluomo abituato a una vita agiata, coerentemente con la sua appartenenza a una delle più illustri famiglie patrizie veneziane, feudataria di vasti possedimenti nel Regno di Candia.

La distinzione non è meramente terminologica, ma contribuisce a delineare con maggiore precisione il profilo storico di Pietro Querini e il contesto sociale nel quale maturò la celebre spedizione del 1431-1432.

Rivolgo quindi un sincero ringraziamento a Paolo Francis Quirini per aver condiviso queste preziose precisazioni, che rappresentano un importante arricchimento del lavoro di ricerca e divulgazione storica.

Glossario

Baccalà – Merluzzo conservato mediante salatura. Nell’uso tradizionale veneto il termine indica spesso, impropriamente dal punto di vista merceologico, lo stoccafisso essiccato.

Circolo polare artico – Parallelo situato approssimativamente a 66°33′ di latitudine nord, oltre il quale si verificano almeno un giorno di notte polare e uno di sole di mezzanotte ogni anno.

Cocca – Grande nave mercantile medievale, caratterizzata da scafo capiente, bordi elevati e, nelle forme più diffuse, un solo grande albero con vela quadra. La classificazione precisa della Querina dipende dalla terminologia adottata nelle diverse redazioni.

Candia – Nome utilizzato dai veneziani sia per l’isola di Creta, organizzata come dominio coloniale, sia per la sua capitale, l’odierna Heraklion.

Fiandra – Regione storica dell’Europa nord-occidentale. Nel Quattrocento le sue città, soprattutto Bruges, costituivano centri fondamentali per il commercio internazionale.

Lega anseatica – Confederazione di città e mercanti dell’Europa settentrionale che controllò una parte considerevole degli scambi nel Baltico e nel Mare del Nord fra Medioevo ed età moderna.

Lofoten (lòfoten) – Lofoten – Arcipelago della Norvegia settentrionale, noto fin dal Medioevo per la pesca e l’essiccazione del merluzzo.

Maggior Consiglio – Assemblea fondamentale della Repubblica di Venezia, composta dai membri maschi adulti delle famiglie patrizie aventi diritto. Eleggeva numerose magistrature dello Stato.

Malvasia – Nome commerciale attribuito a vini originariamente collegati a Monemvasia, nel Peloponneso, e successivamente prodotti anche nei domini veneziani, soprattutto a Creta.

Navigationi et viaggi – Grande raccolta di testi geografici e odeporici curata da Giovan Battista Ramusio nel XVI secolo. Il secondo volume, pubblicato nel 1559, contiene le relazioni sul naufragio di Querini.

Odeporico – Relativo ai viaggi e alla loro narrazione. Una relazione odeporica è un testo che descrive un itinerario, i luoghi attraversati e le popolazioni incontrate.

Patriziato veneziano – Gruppo aristocratico ereditario che deteneva il diritto di partecipare al governo della Repubblica attraverso il Maggior Consiglio.

Rason Vecchie – Magistratura finanziaria veneziana competente nel controllo di conti, crediti, diritti e interessi economici dello Stato.

Røst (röst) – Røst – Comune e arcipelago delle Lofoten meridionali. Nel 1432 i suoi abitanti accolsero Querini e i superstiti del naufragio.

Sandøya (sàndöia) – Sandøya – “Isola sabbiosa”; toponimo norvegese identificato con l’isolotto disabitato sul quale i naufraghi sbarcarono nel gennaio 1432.

Senato veneziano – Organo politico della Repubblica con ampie competenze in politica estera, guerra, navigazione, commercio e amministrazione finanziaria.

Sant’Olav (santùlav) – Sankt Olav – Re Olaf II Haraldsson di Norvegia, morto nel 1030 e venerato come santo. Il suo santuario a Trondheim era uno dei maggiori centri religiosi della Scandinavia.

Stoccafisso (stòccafis) – Stockfish / stokkfisk – Merluzzo conservato mediante essiccazione naturale all’aria, senza salatura. Il nome richiama le strutture lignee sulle quali il pesce veniva appeso.

Vadstena (vàdstena) – Vadstena – Città svedese sede del celebre monastero brigidino, importante centro religioso e culturale nel tardo Medioevo.

Bibliografia commentata

Pietro Querini, Nicolò di Michiel, Cristoforo Fioravante, Il naufragio della Querina. Veneziani nel Circolo polare artico, a cura di Paolo Nelli, postfazione di Claire Judde de Larivière, Roma, Nutrimenti, 2007.
Edizione moderna delle testimonianze relative al viaggio. È uno strumento accessibile ma filologicamente avvertito, utile per confrontare le prospettive di Querini e dei suoi compagni.

Giovan Battista Ramusio, Navigazioni e viaggi, a cura di Marica Milanesi, vol. IV, Torino, Einaudi, 1983, pp. 47-98.
Edizione critica moderna della raccolta ramusiana. Comprende sia il Viaggio e naufragio di Piero Quirino sia la relazione di Fioravante e di Michiel, nella forma trasmessa dalla stampa cinquecentesca.

Angela Pluda, Infelice e sventurata coca Querina. Il naufragio di Pietro Querini nelle fonti manoscritte, Roma, Viella, 2019.
Trascrizione e studio delle redazioni manoscritte, fondamentale per superare la dipendenza esclusiva dalla versione di Ramusio e valutare le varianti testuali.

Alberto Quartapelle, “The Shipwreck of the Venetian Pietro Querino at the Lofoten Islands, Norway, in 1432”, Terrae Incognitae, 57, 1, 2025.
Studio recente con traduzione inglese delle testimonianze manoscritte. Esamina il naufragio, la trasmissione dei testi e il loro valore per la storia degli incontri fra Mediterraneo e Scandinavia.

Claire Judde de Larivière, Naufragés. Pietro Querini et les rescapés de la «Querina», Toulouse, Anacharsis, 2005.
Edizione e analisi francese delle fonti, particolarmente utile per comprendere il racconto del naufragio nel contesto sociale, commerciale e culturale del Mediterraneo tardomedievale.

Carlo Bullo, Il viaggio di M. Piero Querini e le relazioni della Repubblica Veneta colla Svezia, Venezia, Tipografia del Commercio di Marco Visentini, 1881.
Opera ottocentesca importante per la storia editoriale della relazione di Fioravante e di Michiel. Pubblica la copia realizzata da Antonio Vitturi nel 1480, pur richiedendo il confronto con gli studi filologici più recenti.

Luigi De Anna, “Il viaggio settentrionale di Pietro Querini nella redazione ramusiana”, Miscellanea di storia delle esplorazioni, XV, 1990, pp. 57-102.
Analisi specifica della redazione pubblicata da Ramusio e della fortuna europea della vicenda. È essenziale per comprendere come il testo quattrocentesco sia stato rielaborato nel XVI secolo.

Frederic C. Lane, Storia di Venezia, Torino, Einaudi, 1978.
Sintesi classica sulla struttura politica, economica e navale della Repubblica. Offre il contesto indispensabile per collocare Querini entro il patriziato mercantile e le rotte marittime veneziane.

Eliyahu Ashtor, Levant Trade in the Later Middle Ages, Princeton, Princeton University Press, 1983.
Studio fondamentale sui traffici fra Mediterraneo orientale ed Europa occidentale. Permette di comprendere la spedizione della Querina come operazione commerciale ordinaria all’interno di reti internazionali consolidate.

Philippe Braunstein, Reinhold C. Mueller, Des hommes d’affaires italiens du Moyen Âge, Paris, Armand Colin, 2005.
Raccolta di studi sui mercanti italiani e sulle loro strutture operative. Aiuta a interpretare la doppia identità di Querini, patrizio e imprenditore impegnato nel commercio a lunga distanza.

Richard W. Unger, The Ship in the Medieval Economy, 600–1600, London-Montreal, Croom Helm-McGill-Queen’s University Press, 1980.
Opera di riferimento sull’evoluzione delle navi e del trasporto marittimo medievale. Fornisce il quadro tecnico necessario per valutare caratteristiche, capacità e vulnerabilità delle grandi navi mercantili.

Maryanne Kowaleski, Local Markets and Regional Trade in Medieval Exeter, Cambridge, Cambridge University Press, 1995.
Pur concentrandosi sull’Inghilterra, documenta i circuiti mercantili e alimentari dell’Atlantico medievale. È utile per comprendere il sistema commerciale nel quale si inserivano pesce, vino e altre merci trasportate fra Nord e Sud Europa.

James H. Barrett et al., “Detecting the Medieval Cod Trade: A New Method and First Results”, Journal of Archaeological Science, 35, 4, 2008, pp. 850-861.
Studio archeozoologico che utilizza analisi isotopiche per ricostruire la provenienza del merluzzo commercializzato nell’Europa medievale. Dimostra l’esistenza di reti del pesce nordico anteriori al viaggio di Querini.

Bastiaan Star et al., “Ancient DNA Reveals the Arctic Origin of Viking Age Cod from Haithabu, Germany”, Proceedings of the National Academy of Sciences, 114, 34, 2017, pp. 9152-9157.
Ricerca genetica sui resti di merluzzo rinvenuti nel centro commerciale di Haithabu. Conferma che pesce di provenienza artica raggiungeva l’Europa continentale già in età vichinga, ridimensionando la leggenda di una “scoperta” quattrocentesca dello stoccafisso.

Marica Milanesi, a cura di, Il mappamondo di Fra Mauro, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2001.
Edizione e studio di uno dei massimi documenti cartografici del Quattrocento. Consente di collocare la memoria del viaggio di Querini entro il rinnovamento delle conoscenze veneziane sull’Europa settentrionale.

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