Giustina Renier Michiel, la dama che trasformò Venezia in una patria della memoria

I. Nascere patrizia nella Venezia del tramonto


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Giustina Renier Michiel nacque a Venezia il 15 ottobre 1755, nella parrocchia di San Stae, da Andrea Renier e Cecilia Manin. Il suo nome apparteneva a due famiglie che stavano per chiudere, quasi simbolicamente, la lunga storia politica della Serenissima: suo nonno paterno era Paolo Renier, penultimo doge di Venezia, mentre lo zio materno era Lodovico Manin, destinato a diventare l’ultimo doge della Repubblica. Persino il padrino, Marco Foscarini, apparteneva a quel mondo in cui patriziato, governo e cultura si toccavano continuamente.

Ma Giustina non fu soltanto una donna nata “bene”. Fu una donna che seppe trasformare il privilegio in responsabilità culturale. Educata dai tre ai nove anni presso le Cappuccine di Treviso, venne poi affidata a una casa di educazione veneziana diretta da una signora francese. Lì apprese il francese, il disegno, la musica, le lettere e l’arte della traduzione: non il semplice corredo ornamentale di una dama, ma gli strumenti con cui avrebbe costruito una vita intellettuale autonoma.

Nel 1775 sposò il patrizio Marco Antonio Michiel, con una dote altissima, 50.000 ducati, pagata dal nonno Paolo Renier. Dal matrimonio nacquero tre figlie: Elena, Chiara e Cecilia. La vita coniugale, tuttavia, non fu serena. Nel 1784 Giustina pose fine a quella che le fonti definiscono “molesta coabitazione”, formula asciutta, quasi burocratica, ma dietro la quale si intravede una scelta forte: sottrarsi a una convivenza divenuta insostenibile.

II. Roma, Venezia e il laboratorio dell’intelligenza

Poco dopo il matrimonio, Giustina seguì il padre a Roma, dove Andrea Renier era stato nominato ambasciatore della Serenissima presso papa Pio VI. Fu un passaggio decisivo. Roma, in quegli anni, non era solo città di rovine e cardinali: era un centro internazionale di artisti, diplomatici, viaggiatori, antiquari e letterati. Nei salotti romani Giustina venne ammirata per grazia e vivacità d’ingegno, tanto da essere chiamata “Venerina veneziana”. Qui conobbe Vincenzo Monti e apprese da Vivant Denon la tecnica dell’incisione a bulino.

Rientrata a Venezia nel gennaio 1779, in seguito all’elezione del nonno Paolo Renier a doge, Giustina entrò progressivamente nella vita culturale cittadina. Dopo la morte del doge e dopo la fine della convivenza con il marito, aprì il proprio ridotto: prima in corte Contarina a San Moisè, poi nelle Procuratie di San Marco. Quel salotto non fu una semplice stanza elegante dove si conversava tra tazze di cioccolata, ventagli e abiti di gala. Fu uno spazio politico nel senso più alto del termine: un luogo in cui la parola, la memoria e la cultura veneziana continuarono a vivere anche mentre lo Stato veneziano si avviava alla fine.

Lo frequentarono Ugo Foscolo, Antonio Canova, Ippolito Pindemonte, Melchiorre Cesarotti, Vincenzo Monti, Madame de Staël e Lord Byron. Treccani lo definisce, sulla scorta degli studi moderni, un vero “centro di venezianità”. Non stupisce che, sotto il dominio austriaco, quel salotto fosse guardato con sospetto: dove si ricordava Venezia, si poteva anche rimpiangerla; e dove la si rimpiangeva, si poteva ancora immaginare una patria.

III. Shakespeare, Chateaubriand e le feste veneziane

Giustina Renier Michiel non fu soltanto un’animatrice mondana. Fu scrittrice, traduttrice, lettrice acuta e custode della memoria veneziana. Tra il 1797 e il 1800 diede alle stampe alcune traduzioni italiane di Shakespeare: Otello, Macbeth e Coriolano. Secondo il Dizionario Biografico degli Italiani, ebbe il merito di offrire tra le prime traduzioni integrali italiane di alcune tragedie shakespeariane. Foscolo apprezzò il lavoro e le inviò una copia della sua Orazione a Bonaparte, dedicandola alla “traduttrice di Shakespeare”.

Va precisato un punto: la sua conoscenza dell’inglese, secondo la tradizione critica, non era tale da escludere mediazioni francesi. Ma questo non diminuisce l’importanza culturale dell’operazione. Nel Settecento e nel primo Ottocento la traduzione era spesso un atto di appropriazione, adattamento e mediazione. Portare Shakespeare a Venezia significava inserire la tragedia inglese nel circuito della sensibilità italiana.

Nel 1807 Giustina intervenne anche in difesa di Venezia contro Chateaubriand, rispondendo alle sue osservazioni sulla città. Non fu una polemica da salotto: fu un gesto di patriottismo culturale. Venezia non era, per lei, un relitto malinconico, ma una civiltà da comprendere nelle sue forme profonde.

La sua opera maggiore resta però Origine delle feste veneziane, pubblicata in più volumi tra il 1817 e il 1827 e poi in edizione milanese nel 1829. L’opera nacque anche da un contesto amministrativo preciso: una richiesta del governo francese del 1808 relativa alle “Questions statistiques concernant la ville de Venise”. Jacopo Morelli e Jacopo Filiasi coinvolsero Giustina nell’impresa. Ma lei fece qualcosa di più di un repertorio: trasformò feste, giochi, cerimonie e usanze popolari in monumenti di memoria nazionale.

Qui sta la sua grandezza. Raccontare il Redentore, Santa Marta, le regate, le cerimonie e le feste veneziane significava restituire al popolo veneziano il suo ruolo di attore, spettatore e giudice della vita pubblica. In una Venezia ormai privata della Repubblica, Giustina recuperò la patria attraverso le sue forme rituali. Non potendo più raccontare il potere vivo, raccontò la memoria del potere.

IV. Una donna tra salotto, patria e posterità

Giustina era celebre anche per la conversazione: arguta, vivace, capace di soprannomi, giudizi rapidi e osservazioni taglienti. Isabella Teotochi Albrizzi, amica e figura parallela nella Venezia colta del tempo, ne lasciò un ritratto nel 1833. Non si trattò soltanto di un omaggio affettuoso, ma di un riconoscimento pubblico: Giustina apparteneva alla genealogia delle donne che avevano tenuto in vita la cultura italiana in un’epoca di fratture politiche.

Dopo Campoformio, invece di ritirarsi in campagna come molti patrizi, Giustina si spostò per alcuni periodi a Padova, frequentando lo Studio patavino. Seguì lezioni di Cesarotti e corsi di botanica, fisica, chimica e geometria; coltivò anche l’interesse per l’Orto botanico di Padova, descrivendo piante e fiori e cimentandosi nel disegno e nell’incisione.

Giustina, in tarda età, divenne piuttosto sorda e usava un cornetto acustico, ma la sua arguzia era tale che riusciva comunque a dominare le conversazioni nel suo salotto, rendendo il difetto fisico quasi irrilevante.

Morì nella sua casa di piazza San Marco, nelle Procuratie Vecchie, il 7 aprile 1832. Treccani indica la sepoltura nel cimitero di San Cristoforo, isola poi legata alla storia del cimitero veneziano moderno. Anche dopo la morte, la sua memoria suscitò discussioni: Paolo Zannini avrebbe voluto che l’Ateneo Veneto la onorasse come prima donna affiliata, ma la proposta non venne accolta. Il fatto dice molto: Giustina era celebrata, ma il riconoscimento istituzionale pieno delle donne di cultura restava ancora difficile.

Conclusioni

Giustina Renier Michiel fu una delle grandi mediatrici culturali della Venezia tra Settecento e Ottocento. Non fu una rivoluzionaria armata, non fu una tribuna politica, non fu una scrittrice nel senso moderno e professionale del termine. Fu qualcosa di più sottile: una custode della memoria, una traduttrice di mondi, una donna capace di trasformare il salotto in istituzione morale.

La sua Venezia non era solo quella dei dogi e delle magistrature. Era la Venezia delle feste, delle regate, delle conversazioni, delle biblioteche, delle amicizie letterarie, della nostalgia che diventa metodo storico. Quando la Repubblica cadde, Giustina non innalzò barricate: innalzò un monumento di parole.

Ed è forse questa la sua lezione più attuale. Le civiltà non muoiono soltanto quando perdono le guerre o i governi; muoiono quando nessuno le racconta più. Giustina Renier Michiel, invece, continuò a raccontare Venezia. E nel raccontarla, la salvò almeno in parte dall’oblio.

Glossario

Ridotto: luogo di riunione privata o semiprivata, spesso aristocratica, destinato alla conversazione, al gioco, alla musica o agli incontri culturali.

Salotto letterario: spazio di sociabilità colta, spesso animato da donne aristocratiche o borghesi, in cui si discutevano letteratura, arte, politica e filosofia.

Studio patavino: denominazione storica dell’Università di Padova.

Bulino: strumento usato nell’incisione su metallo; indica anche una tecnica incisoria.

Campoformio: trattato del 17 ottobre 1797 con cui Napoleone cedette Venezia all’Austria, sancendo la fine politica della Serenissima.

Bibliografia commentata

Adriana Chemello, “Renier Michiel, Giustina”, Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani, 2016.
Fonte principale per la ricostruzione biografica: nascita, famiglia, matrimonio, salotto, opere, morte, bibliografia critica.

Giustina Renier Michiel, Origine delle feste veneziane, Venezia 1817-1827; Milano 1829.
Opera fondamentale della scrittrice, indispensabile per comprendere la sua idea di Venezia come civiltà rituale, popolare e memoriale.

Isabella Teotochi Albrizzi, “Ritratto di Giustina Renier Michiel”, 1833.
Testimonianza coeva, preziosa per il ritratto morale e sociale di Giustina, ma da leggere con attenzione critica perché appartiene al genere celebrativo.

Enciclopedia delle donne, voce “Giustina Renier”.
Utile per una sintesi moderna, con attenzione al ruolo femminile, alla traduzione e alla sociabilità culturale.

Studi citati da Treccani: Valentina Malamani, Lina Urban, Ilaria Crotti, Adriana Chemello.
Riferimenti utili per approfondire il rapporto tra salotti veneziani, memoria patriottica, scrittura femminile e cultura tra Sette e Ottocento.

–Antonio Vaianella

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