Il 25 febbraio è stata presentata nella Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian “In Minor keys” l’edizione 2026 della Biennale Arte curata dalla camerunense Koyo Kouoh, recentemente scomparsa prima di portare a termine la sua ultima missione.
Il corpus della mostra è stato quindi illustrato dal team dei suoi più stretti collaboratori, composto da Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira, Siddhartha Mitter, Rory Tsapayi e dalla scrittrice Rasha Salti che è riuscita ad ipnotizzare il pubblico con un ricordo della curatrice scomparsa, ricreando l’atmosfera nella quale si è sviluppata la prossima mostra.
All’ombra di un albero di mango nel loro studio di Dakar, Koyo ed il suo team hanno selezionato i partecipanti ispirandosi un po’ ad un’atmosfera jazz, una partitura composta da nuove idee suonata in toni morbidi, in Minor Keys appunto, in contrapposizione ai soprusi delle realtà odierne che sempre più vorrebbero imporsi alzando la voce.
La conferenza è stata introdotta, per i presenti in sala e quelli collegati via web da tutto il mondo, da un’emozionata Debora Rossi, Responsabile dell’Ufficio Stampa, e quindi dal presidente Pietrangelo Buttafuoco che ha voluto condividere con la platea alcuni intensi momenti seguiti al suo personale incontro con Koyo Kouoh all’inizio del progetto.
Un progetto articolato su 111 artisti invitati, che si terrà dal 9 maggio al 22 novembre 2026 e coinvolgerà alcuni spazi al di fuori da quelli istituzionali dei Giardini-Corderie, come quelli della ex polveriera austriaca di Forte Marghera per i Progetti Speciali, ma che curiosamente quest’anno non includerà fra gli invitati nessun artista italiano, neanche fra gli Eventi Collaterali, cosa questa che ha fatto saltare sulle sedie molti giornalisti del settore.
Quest’ennesima polemica ci ha fatto però sorgere un dubbio, ma non era proprio l’Arte quella che non conosce (e quindi non riconosce) confini?
Come non cogliere un noioso parallelo con le polemiche che precedono sempre il festival di Sanremo o quelle infinite sull’assenza della nazionale di calcio ai mondiali.
Eppure, durante l’appassionato intervento di Rasha Salti, a qualcuno è tornata in mente una vecchia intervista, dove Renzo Arbore raccontava che la mitica trasmissione “Quelli della notte” era nata un po’ come un’improvvisazione jazz, con uno schema libero, così come forse vorrebbe essere questa mostra, senza confini, affrancata dalle etichette e dall’obbligo di stabilire una quota di partecipanti per ogni paese (per la cronaca, anche Spagna, Olanda e l’onnipresente Cina non hanno artisti invitati) e sopratutto per la prima volta nella sua storia senza Leoni d’Oro, vista l’impossibilità della curatrice di partecipare all’assegnazione.
In realtà, in questo clima di presunta esclusione degli italiani, fra gli eventi collaterali è già prevista la presenza di un grande artista napoletano, ci sarà infatti Francesco Clemente a rappresentarci con la sua personale nella prestigiosa Galleria della Fondazione Cini di San Vio. Del resto l’Italia, come gli altri paesi, verrà comunque rappresentata dal suo padiglione nazionale, e sarà Chiara Camoni reduce dal Pirelli Hangar Bicocca che, con la curatela di Cecilia Canzani, presenterà il progetto Con te con tutto negli spazi di oltre 2.000mq del Padiglione Italia alle Tese delle Vergini con annessi ulteriori 2.000mq del Giardino delle Vergini.
Una goccia nel mare hanno commentato i giornali, specialmente per una manifestazione largamente finanziata dal governo italiano.
A questo proposito è doveroso sottolineare che, a fronte di un budget di 6,6 miliardi allocati dal PNRR al settore culturale e turistico (il più alto in Europa), di questi solo 2,7 milioni sono stati assegnati all’Italian Council, il programma che cura la promozione degli artisti italiani all’estero. Un’iniziativa festeggiata come un grande successo, ma nei fatti una cifra piuttosto esigua se consideriamo che il ministro Giuli ha speso 14,9 milioni di dollari solo per l’acquisizione del famoso quadro di Antonello da Messina, e tutto questo mentre altri paesi europei come Francia e Germania stanno investendo in modo massiccio nello stesso campo.
Sembra comunque che non si tratti solo di mancati investimenti, ma più dell’assenza di qualche capofila emergente o anche solo di qualche illustre promotore d’arte che possa lanciarlo. La sensazione è che il “Sistema Italia” si sia arenato sugli allori del passato, e non saranno certo gli immensi tesori dei nostri musei o le grandi personalità del passato che ci restituiranno un posto di primo piano nel panorama artistico mondiale. Quest’anno le sedi in cui si terranno i maggiori Eventi Collaterali sono firmati Pinault, Berggruen e Anish Kapoor che riapre la sua Fondazione a Palazzo Priuli Manfrin; perfino l’italianissima Fondazione Prada con Helter Skelter dedicherà la sua rassegna a due datati“image maker” americani Arthur Jafa e Richard Prince.
La speranza è che sia proprio la malizia di Koyo Kouoh a riportare un po’ di freschezza nel panorama artistico nella Biennale più antica e prestigiosa del mondo, un variegato panorama di artisti che viene rappresentato per questa edizione in larga maggioranza dagli under ‘60, e che a Venezia si possa rinnovare quel modello di fucina delle nuove tendenze, restituendo alla città il ruolo che la Serenessima ricopriva già molti secoli prima della Biennale.
Elisabetta Manca e Andrea Peggioroni
