È cominciata come previsto la bagarre per l’Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia 2026 e, a 50 anni dalla movimentata edizione di Carlo Ripa di Meana, anche quella dell’attuale presidente sembra non voler essere da meno.
Che quest’anno la mostra avrebbe fatto rumore si era già intuito dall’addensarsi delle nubi fin dal suo concepimento, con l’attuale presidente Pietrangelo Buttafuoco chiamato a gestire la sua prima Biennale d’Arte in autonomia dopo la prematura scomparsa della curatrice designata, quell’insostituibile Koyo Kouoh, venuta a mancare lo scorso maggio prima di completare il programma della manifestazione.
La scelta di onorare la visione originale della curatrice affidandola al team dei suoi più stretti collaboratori è apparsa fin da subito la più coerente, ma ha di fatto esposto maggiormente il presidente come principale figura di riferimento, rendendolo inevitabilmente più visibile rispetto alle eventuali critiche.
Già dalla presentazione del 25 febbraio scorso, la stampa nazionale e diversi osservatori avevano espresso forti critiche, parlando di una possibile marginalizzazione dell’Italia all’interno della manifestazione: nel programma di quest’anno, infatti, non compare alcun artista italiano fra i 111 invitati. Un’assenza che alcuni hanno ritenuto in contrasto con i circa 17 milioni di euro di finanziamenti statali complessivi, senza considerare i circa 170 milioni stanziati dal PNRR per lo sviluppo e la riqualificazione della Biennale.
La bufera si è però intensificata con l’annuncio della partecipazione della Russia.
Il 10 marzo, dalla Sala Spadolini del Ministero della Cultura a Roma, si è evidenziata una forte frattura istituzionale tra governo e Biennale. Alla presentazione del Padiglione Italia, oggetto di diverse critiche, il ministro Giuli è intervenuto in video, contestando la scelta di riammettere la delegazione russa e prendendo le distanze dalla Fondazione Biennale.
Non sorprende che vi siano state ripercussioni sul piano internazionale, dato il ruolo centrale di Venezia nel panorama artistico contemporaneo nel mese di maggio. Resta però difficile prevedere sviluppi così articolati dello scenario globale, che oggi vede intrecciarsi il conflitto russo-ucraino, la situazione a Gaza e le tensioni nell’area tra Iran e Libano.
Parallelamente agli sviluppi della crisi internazionale, la Commissione Europea ha prospettato la possibilità di tagliare 2 milioni di euro i finanziamenti destinati alla Biennale, lasciando al presidente Buttafuoco un margine ridotto di decisione sulle modalità di eventuale gestione della partecipazione russa.
Secondo lo statuto dell’istituzione, la Federazione Russa è proprietaria del proprio padiglione ai Giardini ed esercita il diritto di autonomia sulla sua apertura e gestione fin dal 1914, anno in cui l’edificio fu progettato dall’architetto Aleksej Ščusev. La gestione del Padiglione 2026 è tuttavia riconducibile a Ekaterina Vinokurova, figlia del Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, attualmente soggetta a sanzioni internazionali da parte di Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Giappone: una situazione che ha sollevato, secondo alcuni osservatori, dubbi e interrogativi sulla piena libertà di espressione riconosciuta ai partecipanti.
Nel frattempo, Tamara Gregoretti, referente del governo nel CDA della Fondazione Biennale, ha lasciato l’incarico, mentre il sindaco uscente Luigi Brugnaro – che detiene ancora la delega alla cultura – si è espresso a favore dell’autonomia della Biennale. A sostegno della posizione del presidente Buttafuoco sono intervenuti i due leader della Lega, Luca Zaia e Alberto Stefani: il neo-presidente della Regione Veneto ha parlato di “un contesto in cui riscoprire il significato di libertà”, contribuendo ad ampliare il confronto sul piano istituzionale.
Nel contesto dell’attuale scenario internazionale, può apparire singolare – secondo alcune letture – che un’istituzione culturale venga coinvolta in dinamiche di natura politica per aver mantenuto un’impostazione aperta al dialogo e che la Comunità Europea voglia sanzionare un’istituzione culturale per aver tenuto fede alla propria vocazione, colpevole di aver creato un campo di dialogo aperto a tutti. Allo stesso tempo, il dibattito ha assunto anche una dimensione interna: lavoratori e operatori del settore culturale della Biennale hanno proclamato uno sciopero per l’8 maggio, una delle giornate di maggiore affluenza della stampa durante la preapertura dei padiglioni. Inoltre, una lettera firmata da 178 partecipanti ha chiesto l’esclusione di Israele dalla manifestazione, iniziativa che – secondo alcuni – potrebbe essere interpretata alla luce del dibattito normativo in corso, come evidenziato dal DDL 1004, già approvato in Senato e attualmente all’esame della Camera.
Interessante, in questo quadro, il confronto con il MIART, la 30ª fiera internazionale d’arte contemporanea in corso a Milano, che non ha suscitato particolari polemiche. L’edizione di quest’anno, intitolata New Directions – ispirata a un brano jazz di John Coltrane del 1963 – richiama proprio quel concetto di libertà espressiva che era stato al centro della visione curatoriale di Koyo Kouoh per il progetto In Minor Keys, interpretato in modi diversi già prima dell’apertura della mostra.
A riportare il confronto su un piano artistico potrebbero essere gli stessi protagonisti della scena culturale, in particolare nei contesti paralleli alla Biennale. Numerosi artisti russi, palestinesi e americani sono infatti presenti a Venezia, tra cui quelli coinvolti nelle iniziative dell’European Cultural Centre: per questa edizione di Personal Structures – Confluences sono stati riuniti 175 artisti provenienti da oltre 40 paesi, inclusi russi e ucraini, che esporranno nelle sedi di Palazzo Bembo, ai Giardini della Marinaressa e a Palazzo Mora. In quest’ultimo spazio verrà presentata anche Gaza – no words – see the exhibition, organizzata dal Palestine Museum US e inclusa tra i 31 Eventi Collaterali ufficiali della Biennale.
Ne emerge così una Biennale che, al di là delle tensioni, continua a configurarsi come luogo di dialogo e confronto più che di contrapposizione. Anche il Sudafrica non parteciperà ufficialmente: il ministro della cultura Gayton McKenzie ha ritenuto l’opera proposta troppo “divisiva”, decisione che ha avuto come effetto collaterale una maggiore attenzione verso l’artista Gabrielle Goliath, il cui progetto Elegy sarà presentato nella chiesa di Sant’Antonin a Castello, mentre il padiglione nazionale resterà vuoto.
Un confronto serrato tra arte, politica e dinamiche internazionali che riflette, in fondo, proprio quel concetto di scambio tra linguaggi del moderno e pratiche contemporanee che dovrebbe costituire il cuore della mostra: non uno sguardo statico al passato, ma un “archivio vivo” da riattivare.
Chissà se Carlo Ripa di Meana e Koyo Kouoh, idealmente osservando dall’alto, starebbero seguendo con interesse gli sviluppi di questa edizione, lasciando agli artisti il compito di esprimersi e alle istituzioni quello di trovare un equilibrio tra rappresentanza, libertà e responsabilità.
Andrea Peggioroni
