Un’epoca di svolta: il ritorno del dogato a Venezia
Dopo cinque anni di assenza di un doge a Venezia, dovuti al ritorno del regime dei magister militum imposto dal potere centrale, il popolo venetico riuscì a liberarsi da questa imposizione con la forza. La rivolta culminò con l’accecamento e la cacciata dell’ultimo magister, segnando il ritorno al sistema dogale, che sarebbe rimasto in vigore fino al fatale 1797.
In seguito, la città evacuò Eraclea, spostando la sede del governo a Malamocco, un trasferimento che rappresentò non solo un cambio logistico, ma anche l’inizio di una nuova era. Tuttavia, il legame con Bisanzio restò saldo ancora per molti anni.
Fu proprio a Malamocco che l’ex magister militum Diodato—secondo alcuni studi, figlio del suo predecessore Orso—venne eletto nuovo doge. Forse aveva congiurato contro il suo predecessore, ma il suo nome era gradito sia al popolo sia ai bizantini, che gli concessero, come avevano fatto con Orso, il prestigioso titolo di Ipato.
Diodato si trovò a governare in un contesto storico estremamente delicato: da un lato i Longobardi continuavano la loro espansione, dall’altro Bisanzio cercava disperatamente di mantenere il controllo sull’Esarcato. L’equilibrio politico era fragile: Venezia doveva gestire i rapporti con i Longobardi senza incrinare quelli—già precari—con il potere centrale.
Fu proprio Diodato a compiere una scelta audace. Dopo aver fortificato Brondolo, un importante baluardo contro le incursioni longobarde e punto di controllo lungo la linea marittima tra Ravenna e la laguna, decise di venire a patti con il re longobardo Astolfo. La sua decisione si ricollegava a un precedente storico: il patto già stretto da Paoluccio Anafesto con il re Liutprando.
Nel 751, i Longobardi conquistarono Ravenna e l’intero Esarcato, ma Diodato scelse di non intervenire in aiuto dei Bizantini, preferendo consolidare il patto con i nuovi dominatori. Tuttavia, l’era longobarda ebbe vita breve: pochi anni dopo, i Franchi guidati da Pipino sconfissero duramente Astolfo, mutando ancora una volta gli equilibri di potere.
Non tutti in Venezia accettarono le scelte di Diodato. Una fronda avversaria, capeggiata da Galla, insorse contro di lui, riuscendo a deporlo. Il doge subì la stessa sorte del magister militum che aveva spodestato: venne accecato e poi ucciso.
Galla Lupanio, il capo dei congiurati, divenne nuovo doge, ma la sua reputazione era macchiata da accuse pesanti: per il diacono Giovanni era un uomo “infido”, mentre il cronista Andrea Dandolo lo definì “scellerato”. La sua ascesa segnò un altro momento turbolento per Venezia, ricordandoci che, nella politica e nella storia, tutti i nodi vengono al pettine.
Il quarto doge, Diodato o Teodato
